domenica 20 maggio 2012

L'amante della regina vergine, di Philippa Gregory



È il secondo romanzo della Gregory che leggo, e confermo il giudizio positivo già espresso.

La storia è appassionante: Robert Dudley, uomo ambizioso e desideroso di riscatto morale, si ritrova a sostenere e guidare l'ascesa della giovane Regina Elisabetta, sola e bisognosa di sostegno, trascurando Amy, la moglie innamorata e devota. E il rapporto fra Dudley ed Elisabetta si fa via via piú intimo...

Quello che mi piace di questa autrice è la dolcezza che traspare dal suo modo di raccontare gli eventi storici. Pur raccontando di guerre, di crisi politiche e personali e di altri eventi drammatici, la Gregory riesce a dare un tono estremamente particolare alla storia presentandola dai due punti di vista femminili. Il personaggio maschile c'è, e ha un ruolo fondamentale, ma è sempre tenuto un po' a distanza dall'autrice, non è mai il protagonista.

Le due protagoniste sono Elisabetta ed Amy, le cui passioni si fronteggiano da lontano, ognuna con le proprie ragioni, non facilmente contestabili. Non sono sicura di chi mi stia più simpatica fra le due, fondamentalmente sto dalla parte di Amy, ma Elisabetta ha una forza e un carisma tali che è impossibile resisterle.

Ciò che mi è piaciuto di più di questo libro è la riflessione sul ruolo della donna nel passato, presente anche in "Caterina, la prima moglie", che secondo me avvicina l'autrice a Tracy Chevalier.

La Chevalier (con l'eccezione del bellissimo "Strane creature") presenta per lo più donne che cercano di sollevarsi dalla condizione di secondo piano a cui sono relegate dalla società, ma che finiscono per soccombere e perdere tutto ciò che avevano faticosamente guadagnato, suscitando nel lettore (o almeno in me) profonda pietà. La Gregory è più generosa con le sue eroine (del resto è difficile non esserlo con Elisabetta I o Caterina d'Aragona) e dà loro la possibilità di guadagnarsi il rispetto del lettore anche quando perdono tutto il resto. E questo rende i suoi libri a mio parere molto più godibili.

Molto bello, voto: 8


sabato 5 maggio 2012

Il caso dei libri scomparsi, di Ian Sansom



Ho trovato questo libro a metà prezzo in un mercatino dell'usato. La quarta di copertina lo definiva "il nuovo Alexander McCall Smith" (o un altro autore di gialli fra i miei preferiti) e ho deciso di provarlo.

Parliamo prima di tutti dei personaggi cosidedtti "sfigati" (io li chiamo "inetti"). Sanno fare poco o niente, invece di prendere in mano la propria vita tendono a seguire l'ispirazione del momento, fanno nella maggior parte dei casi  scelte quantomeno discutibili (se non autolesioniste) e poi quando tutto va male di solito si accaniscono contro il Destino o chi per lui invece di rendersi conto che sono loro ad essere imbecilli. Inoltre tendono ad essere sfortunati un po' per caso un po' come risultato del loro modo di essere.

Ecco, il protagonista di questo libro ha molte delle caratteristiche sopra elencate. Si tratta di un aspirante bibliotecario inglese (di origine ebrea e irlandese) che si ritrova incastrato a gestire il bibliobus, una biblioteca ambulante nella campagna irlandese.Ma i libri sono scomparsi, e si deve dare da fare per ritrovarli.

Naturalmente gliene capitano di tutti i colori, e lui invece di comportarsi da persona raziocinante inizia ad inimicarsi tre quarti della popolazione del piccolo paese in cui lavora, sparando giudizi arditi e accusando mezzo mondo senza averne le prove. Si percepisce in tutta l'opera l'intento umoristico, ma almeno a me il protagonista non fa ridere, non mi fa nemmeno pena, mi fa solo rabbia.

Poi naturalmente finisce bene, i bruti campagnoli presentati nella prima parte del libro si rivelano naturalmente ottime persone, intelligenti e interessanti, il protagonista riesce in qualche modo a fare una discreta figura e tutto va per il meglio.

Più che brutto questo libro mi è sembrato insulso. Posso dare all'autore un'altra chance perché alcuni spunti carini ci sono, ma non so se ne vale la pena.

Voto: 4