lunedì 21 novembre 2011

Ferribbotte e Mefistofele, storia esemplare di Tiberio Murgia, di Nicola Fano



Nicola Fano, come si può vedere nella colonnina accanto dedicata agli autori, mi piace molto. Ho letto la maggior parte dei suoi libri, e ho intenzione di leggere quelli che mi mancano (uno l'ho iniziato proprio oggi). Eppure non è un autore che parla di cose che mi interessano particolarmente, eppure i suoi libri mi affascinano irrimediabilmente, una volta iniziati non posso fare a meno di divorarli.
Ferribbotte (con due B, alla romana, l'autore ci spiega perché) è il siciliano de "L'audace colpo dei soliti ignoti". Tiberio Murgia è l'attore sardo che gli diede il volto, ma non la voce. Ferribbotte e Mefistofele è la storia di questo attore non attore, un po' ingenuo e un po' sbruffone, comunista, donnaiolo, minatore scampato per caso alla tragedia di Marcinelle, operaio e lavapiatti, sardo nella vita reale ma siciliano per necessità sullo schermo.
Tiberio Murgia nelle sue tante contraddizione viene mostrato dall'autore nelle sue vesti di Italiano. Come sempre Nicola Fano ripercorre la storia d'Italia attraverso i suoi attori, come specchio degli spettatori che li seguivano e li amavano, e che li apprezzavano proprio in quanto riflesso della realtà che li circondava.
Pagina dopo pagina Fano ci accompagna prima in Sardegna, poi alle Frattocchie (la scuola vicino a Roma per le giovani promesse del partito Comunista), in Belgio a Marcinelle, a Roma nel mondo del cinema e poi nella vita da divo, fino ad arrivare agli ultimi anni di vita di Murgia, attraverso gli alti e i bassi e della sua esistenza. Attraverso questi eventi personali si vede benissimo, direi quasi in trasparenza al di là di Murgia, la società italiana dagli anni '30 in poi. Ma la particolarità di questa storia "esemplare" è il punto di vista inusuale e interessantissimo. Lo sguardo penetrante dell'autore mette in luce tanti particolari, tanti eventi che il lettore non esperto spesso non ha modo di vedere, o non ha gli strumenti per notare. E il quadro che ne deriva è multiforme e affascinante.

A questo link un'intervista all'autore in cui presenta il libro, inizia al minuto 9:07.

Voto: 9

domenica 13 novembre 2011

L'incantatrice di Firenze, di Salman Rushdie



Uno strano filo lega il Rinascimento Fiorentino e la maestosa corte Moghul indiana.
Una carambola di personaggi incredibilmente affascinanti, tratteggiati in modo superbo. Fra i grandi intellettuali del Rinascimento Fiorentino (Machiavelli, Botticelli, per citarne solo due, si racconta persino la storia di questo quadro del pittore) spuntano come boccioli personaggi a metà fra il reale e l'immaginario, aneddoti interessanti. E sopratutto incanti. Incanti di ogni tipo, dalla magia creatrice dell'artista nell'atto di dare forma al suo capolavoro all'annullamento totale della coscienza e consapevolezza di una persona, dal potere della maestà reale agli effetti miracolosi di unguenti e profumi, dalla magia di una voce che riesce a dire sempre la cosa giusta al momento giusto alla potenza assoluta dell'amore. E sopra a tutti gli altri l'incanto supremo di Rushdie, che non dà scampo, non lascia tregua. Le pagine scorrono veloci, la storia si sviluppa attraverso meandri e deviazioni, ma l'attenzione del lettore è catturata dall'inizio alla fine.
Questo libro mi è sembrato come una giostra antica, con i cavalli, le carrozze, tanti animali strani e tante decorazioni preziose, un po' barocche, in oro, avorio, rosso porpora, verde.
Una giostra che è già in movimento quando la si guarda per la prima volta e che cattura con la sua melodia orientale, un profumo inebriante e il suo movimento veloce, che non permette di distinguere se non qualche colore, un particolare sfocato qua e là. La musica, il movimento e la fragranza ipnotizzano e non permettono agli occhi di distogliersi nemmeno un secondo dallo spettacolo.
E le pagine aumentano, la giostra ogni tanto gira più lentamente permettendo di avere una vaga idea degli animali che la popolano. La musica, il profumo e il movimento creano il presupposto per uno stato vicino alla trance, al dormiveglia, in cui tutto ciò che si vede, tutto ciò che si capisce e tutto ciò che non si capisce si fonde in un generale stato di soddisfazione e benessere. I nomi non contano, i personaggi si fondono l'no nell'altro, la storia semplicemente trascina con sé senza dare il tempo di soffermarsi sui particolari, ma permettendo di godere della meraviglia dell'insieme.
La giostra piano piano diminuisce la sua velocità,fino a fermarsi. L'incanto però non si spezza.
Bellissimo, non saprei trovare un motivo per non consigliarlo caldamente.


Voto: 10

domenica 6 novembre 2011

Le finestre di fronte, di Georges Simenon




La cosa bella dei libri è la loro versatilità. Un libro non viene mai letto da un solo punto di vista, nelle stesse parole, nelle stesse pagine ognuno può vedere ciò che vuole, come in una sorta di specchio.
Questo libro secondo la quarta di copertina parla di totalitarismo, di controllo assoluto. Viene considerato un capolavoro in questo genere.
Io ci ho letto tutt'altro. Vi ho trovato principalmente incomunicabilità,  solitudine. Una solitudine annichilente, che non può essere compensata da nulla nemmeno dalla chimera dell'amore. La solitudine legata non all'azione di controllo di un potere esterno o alle barriere linguistico/culturali tipiche della vita in un paese straniero, ma alla presenza ineluttabile di barriere mentali, che impediscono la più semplice comunicazione. L'interazione, quando c'è, avviene come fra animali diversi in gabbie vicine: ci si vede, ci si studia, ma non ci si capisce. Ognuno rinchiuso nel suo piccolo ristretto mondo, senza via di scampo, senza alcuna possibilità di contatto. 
Personalmente ho letto questo libro non in chiave politica ma umana. La solitudine di ognuno di noi di fronte a un mondo incomprensibile, a tratti comico nella sua tragicità. 
E come nella tradizione tragica greca non c'è possibilità di salvezza. L'unico barlume di speranza muore ancor prima di nascere, trascinando il protagonista in una caduta inarrestabile verso l'isolamento completo, verso l'atarassia o l'annullamento totale.

voto: 10