mercoledì 31 agosto 2011

Caterina la prima moglie, di Philippa Gregory


Conoscevo Philippa Gregory solo di nome (nelle librerie inglesi è ovunque), e mi dava l'idea della scrittrice da bestseller che per vendere sfrutta la storia. Decisamente mi sbagliavo.
Quando si parla di Enrico VIII non si pensa che ad Anna Bolena. Al massimo dopo il recente film "L'altra donna del re" (anche questo tratto da un precedente romanzo della stessa scrittrice) si sa qualcosa di Maria Bolena. E Caterina, la prima moglie? E' solo una povera donna tradita,noiosa, non molto interessante?
Questo libro ci mostra Caterina al di là della sua triste fine, e delle vicende che hanno rovinato i suoi ulimi anni.
Ai nostri occhi si presenta la figlia dei più grandi sovrani del mondo, vissuta per anni nella polvere degli accampamenti militari, al seguito della guerra santa dei genitori; la giovane ragazza abituata al lusso e alla modernità dell'Alhambra, promessa sposa del figlio del re d'Inghilterra; la principessina meridionale intimamente sconvolta dal suo nuovo paese freddo, arretrato e inospitale; la giovane donna appassionata e solare in preda ad un amore inaspettato...
Dalle pagine emerge il ritratto di una donna incredibile: forte, coraggiosa, testarda, appassionata, purtroppo affiancata da un uomo piccolo e meschino decisamente non alla sua altezza.
Non so quanto di questo libro sia frutto della fantasia dell'autrice (ho sentito la mancanza di una nota finale che lo dicesse), ma ne ho amato ogni pagina.
Una lettura coinvolgente, appassionante, piacevole e interessante.

domenica 21 agosto 2011

190 miliardi di anni dopo, di Carlo Sarti



Libro comprato per il fossile in copertina. Scopro che l'autore è un paleontologo… beh, mi sono detta, perché no? Vediamo che ci racconta. Il mio giudizio si è evoluto capitolo per capitolo, portandomi da un'iniziale aspettativa di un romanzo interessante a… beh, andiamo con ordine. Per ogni capitolo racconterò a grandi linee ciò che succede (la parte scritta in grigio è uno spoiler, siete avvisati) e poi il mio giudizio.

Primo capitolo: un paleontologo trova il modo di sopravvivere alla sua morte per centinaia di migliaia o persino milioni di anni. e trova il modo di metterlo in pratica.
Giudizio: Non sono molto convita, l'idea mi sembra un po' una stupidaggine, ma dipende molto da come viene sviluppata. Qualche particolare della trama non incontra la mia approvazione, ma si sa che io sono svenevolmente romantica e propendo per le storie talmente mielose da far cariare i denti, quindi probabilmente è un problema mio. Interessanti e spiritose alcune trovate dell'autore, non male.

Secondo capitolo: Si risveglia qualche milione di anni dopo. Una catastrofe geo-astronomica ha distrutto praticamente tutte le forme di vita terrestri (uomo compreso, naturalmente). Esiste però una civiltà intelligente, quella dei delfini, che però a un certo punto della loro storia si sono ibridizzati con gli ultimi rappresentanti del genere Homo.
Giudizio: Dal punto di vista scientifico è interessante e coerente. Dal punto di vista fantascientifico per alcune cose decisamente non ci siamo. L'italiano che si sarebbe conservato identico per 7 milioni di anni? Ma andiamo! I viaggi nel tempo sono particolarmente difficili da descrivere, perché è facilissimo non riuscire a motivare coerentemente alcune scelte che per motivi di comodo devono essere fatte (ad esempio: come si comunica?). Lo stesso Asimov, a quanto mi risulta, ha trattato di rado i viaggi nel tempo, e nel suo romanzo "La fine dell'eternità" per evitare incoerenze ha dovuto utilizzare una trama e un'ambientazione complesse. Non è certo materia da neofita della fantascienza, insomma. Anche la trama mi sembra debole, con il protagonista che si fida prima di uno poi dell'altro senza una ragione specifica, così, a naso. Però dai, magari migliora.

Terzo capitolo: Si risveglia qualche milione di anni dopo. Stavolta la civiltà intelligente è quella dei pipistrelli giganti (ma non erano urti estinti i mammiferi terrestri? Seconda incoerenza). Ma in realtà tutto è guidato da una sorta di cubetti grigi pensanti e telepatici che stanno per terra. Tutti continuano a parlarsi a capirsi benissimo (mah…)
Giudizio: mah… secondo me stiamo scivolando nella follia, ma vabbè…Notevole però il modo in cui riesce a confondere la superintelligenza.

Seconda parte del terzo capitolo: (relativamente) poco tempo dopo. Sempre pipistrelli, stavolta pelosi. E cubetti. Che vincono.
Giudizio: che noia, ma quando finisce?

Quarto capitolo: Deliri fisico-neurologico-teologici
Giudizio: Follia pura. Ma quando finisce?

Quinto capitolo: Kafka. Leonardo da Vinci. Freud. Hitler. Viaggi nel tempo. Delirio.
Giudizio:
Prime due righe: aaah! Ok! ho capito tutto! Geniale! Dai, non era male come libro.
Dalla terza riga in poi: AAAARGHHHHHH!!! Delirio! Delirio! Delirio! Ci deve essere un motivo per cui il libro finisce cosÌ. Io non l'ho capito. O ero troppo fusa per capire l'ultima parte (ho letto il libro in qualcosa tipo 4 ore). A me personalmente sembra assurdo, elucubrazioni di una mente pericolosa, probabilmente il problema è mio.
Comunque non ho letto Kafka per non avere incubi, e poi mi ritrovo ad averli leggendo questo libro? Bah…

Non consigliato, anche se credo che l'autore possa avere potenzialità. Secondo me il problema è che si spinge troppo verso problematiche filosofiche che invece avrebbe dovuto lasciar perdere.

giovedì 18 agosto 2011

Lettera a un giovane amico, di Luciano Luisi



Come dice il titolo questo breve saggio suddiviso in 10 capitoli è scritto sotto forma di lettera a un giovane. In questo modo l'autore può trattare temi complicati e delicati come l'essenza della poesia e la religione non da un punto di vista oggettivo e cattedratico, ma con un linguaggio semplice e diretto, arricchendo il testo con esempi tratti dalla sua esperienza, ricordi, citazioni.
Luisi conosce a fondo gli argomenti di cui parla, e il suo stile piacevole rende interessanti anche concetti che presentati in altro modo potrebbero risultare noiosi.
Durante la sua vita l'autore ha potuto conoscere numerosissimi intellettuali di diversi campi, principalmente la letteratura. Concetti e insegnamenti raccolti durante le interviste e gli incontri con questi grandi uomini sono disseminate qua e là nel volume, arricchendolo a mio parere di una dimensione nuova, quella della testimonianza diretta. Nello specifico la testimonianza diretta che ci viene proposta nel libro è ancor più preziosa perché estremamente labile. Se vent'anni fa molti intellettuali ancora ricordavano ciò che Luisi ci racconta, con il passare del tempo alcuni di loro sono scomparsi, e altri non sono più in grado di raccontarci le loro esperienze. E nonostante siano rimasti numerosi testimoni del passato (libri, articoli, interviste) il contatto con chi queste esperienze e questi incontri li ha vissuti in prima persona è incredibilmente illuminante.
Un ulteriore pregio di questo libro è quello di vedere le cose da un punto di vista attuale: da Dante a X facto l'autore vive nel presente, e lo dimostra integrando eventi e testimonianze passate in un contesto dei nostri giorni.

Il libro ha due difetti, a mio parere. Una distrazione e un punto di vista che non condivido.

La distrazione si riferisce ai diversi errori di battitura che ho trovato. Una lettura più attenta avrebbe potuto evitarli facilmente.

Il punto di vista che non condivido quello espresso sui giovani. Nemmeno molto velatamente Luisi si innervosisce nei confronti dei giovani d'oggi, persi in un oceano di contemporaneità, ma che non conoscono nulla di ciò che è stato prima di loro. Migliaia di giovani persone che non hanno un'idea di chi siano Magritte, Steinbeck, Cronin…
A questo commento risponderei: forse Luisi ha ragione (anche se non ne sono pienamente convinta, ma non ho gli strumenti per sostenere la mia tesi) ma di chi è la colpa?
Mio nonno (più o meno coetaneo dell'autore) mi ha sempre regalato libri, classici per l'infanzia, romanzi adatti alla mia età (è morto purtroppo quando ero alle soglie dell'adolescenza), e mi ha sempre parlato. Mi ha sempre raccontato la sua vita, mi ha fatto discorsi più o meno seri, mi ha portato alle mostre d'arte, mi ha fatto vedere i suoi film, mi ha cantato le canzoni della sua epoca, in breve mi ha aperto una finestra sul suo mondo. E ora che non c'è più la finestra è ancora aperta.
Mia madre e mio zio, suoi figli, hanno continuato. È grazie a loro che conosco Steinbeck e Beckett (che non mi piacciono) e Hemingway e Remarque (che mi piacciono).

I nipoti di Luisi hanno letto Steinbeck? Riconoscono un quadro di Magritte? Da quello che scrive evincerei di no. E se è così la colpa è anche (o solo) sua, non ha aperto loro la sua finestra. E in questo caso non ha diritto di lamentarsi di questa situazione.

giovedì 11 agosto 2011

La giornata di un giornalista americano nel 2890, di Jules Verne


Interessante questo libretto, ma non molto bello. Interessante perché Jules Verne è sempre bravo. In questo breve racconto (35 pagine, scritte grandi) racconta 24 ore di vita del direttore del giornale più importante del mondo. Il mondo è suddiviso in America, che ha inglobato l'Inghilterra, Francia e europa occidentale, Russia e Europa orientale, Cina e Asia, Australia, Africa (che non conta nulla). Ricorderebbe un po' il mondo Orwelliano, se questo non fosse di parecchi anni successivo. Interessanti gli oggetti del futuro, fra un videotelefono ante litteram e telescopi mastodontici. Nell'introduzione, però, viene spiegato che probabilmente i marchingegni futuristici non sono frutto della fantasia di Verne, ma sono stati ripresi da un libro a lui contemporaneo.
Interessante il personaggio e il suo ruolo, non solo direttore di un giornale, ma soprattutto superpotenza politica in grado di definire le sorti dei paesi che a lui si appellano.
Interessante ma non bello. L'idea mi sembra sviluppata poco e superficialmente, punzecchia suggerendo idee potenzialmente interessanti, ma niente di più. Può forse essere utile per passare una ventina di minuti in attesa del treno, ma non lo consiglierei.
La traduzione dl francese (il testo originale è a fronte) è in alcuni casi decisamente arbitraria: perché tradurre "novantacinquesimo" con "ottantacinquesimo"?

lunedì 8 agosto 2011

L'anima delle Dolomiti, di Carlo Felice Wolff


All'inizio dello scorso secolo un uomo passava il suo tempo camminando sui sentieri dolomitici, entrando nei masi, e parlando con gli anziani, chiedendo loro di raccontargli una storia. Un po' come fece Calvino con le nostre Fiabe Italiane.
Qust'uomo era Karl Felix Wolff (sulle edizioni italiane dei suoi libri il nome è stato tradotto): giornalista, soldato, appassionato di antropologia e aedo moderno.
Attraverso un lungo lavoro ha raccolto ciò che era rimasto delle antichissime saghe dolomitiche e l'ha trascritto in una serie di libri. L'anima delle Dolomiti raccoglie una parte della meravigliosa saga del Regno dei Fanes, più alcuni racconti non collegati fra di loro.
E' un libro bellissimo. Le storie sono nella maggior parte dei casi incredibilmente tristi, disperate. Ma, nonostante io detesti tutto ciò che è triste, mi hanno affascinato profondamente, e non ho potuto fare a meno di comprare altri libri dello stesso autore.
Credo che la magia contenuta in questo libro sia legata non solo alle storie in sé, ma alla profonda conoscenza che l'autore ha dei luoghi, del modo di pensare, del mondo fisico e spirituale che le ha create. In questo senso vedo Wolff (che ammette di aver a volte integrato ciò che aveva ascoltato dagli anziani) come l'ultimo di una lunga tradizione di narratori delle antiche gesta. Gesta che si sono trasmesse di nonno in nipote, con infinite modifiche e correzioni ad ogni generazione. Personalmente non biasimo Wolff per averci messo del suo, lo vedo solo come l'ultimo aedo dolomitico, non un semplice trascrittore di ciò che ha ascoltato, ma un vero e proprio narratore che si inserisce nella tradizione a lui precedente e segue le regole non scritte delle tradizione orale, sempre aperta all'interpretazione e alla modifica personale.
Bellissimo.