mercoledì 14 dicembre 2011

Ionesco, Eugène di Nicola Fano



Ionesco ha sempre suscitato la mia curiosità. Secondo me è per via del nome. Alle medie la prof di inglese ci parlò di Asimov, e mi piacque subito questo nome, semplice da pronunciare e ricordare e allo stesso tempo esotico, come a nascondere meravigliosi mondi sconosciuti. Poi si sa come è andata a finire fra me e Asimov. E per Ionesco è la stessa cosa, il suo nome evoca in me immagini specifiche: il bellissimo rinoceronte rosso del Centre Pompidou a Parigi, il piccolo teatro parigino dove per la prima volta venne rappresentata "La cantatrice Calva", e un quadro di Franz Marc con uno splendido cavallo blu. Non chiedetemi il perché del quadro di Marc, non lo so, ma secondo me la cosa ha senso.

bellissima foto di Dom Broadley



Qualche mese fa ho iniziato a leggere "I rinoceronti" in francese, ma non ho continuato. Poi mi è capitato fra le mani questo saggio su Ionesco di un autore che mi piace molto, e mi sono detta che forse mi avrebbe aiutato.

Ionesco è stato un uomo dalla vita molto particolare. Ha attraversato la parte peggiore della storia del '900, un po' in Francia e un po' in Romania, e non ne è uscito bene, probabilmente come risultato di decisioni discutibili. E attraverso una panoramica biografica approfondita quanto basta, l'autore ci avvicina al mondo di Ionesco, alla società che l'ha generato e alle persone che l'hanno applaudito. Attraverso questo viaggio cronologico e geografico in giro per l'Europa ci vengono aperte le porte sul teatro dell'assurdo. E, sorpresa, non è assurdo per niente. Anzi, ai nostri occhi non c'è proprio niente di strano, si tratta della nostra vita quotidiana. Una citazione per tutte. "Il teatro dell'assurdo accettava la rappresentazione come strumento immediato di comunicazione": non è la base del nostro mondo?

Come sempre nei suoi libri Nicola Fano parte da un argomento apparentemente "di nicchia" per poi raccontarci del nostro mondo, porci davanti a uno specchio e dirci "eccoci, non siamo noi?".

Si, siamo noi. E nel caso di Ionesco la cosa mi preoccupa...

Voto: 10

lunedì 21 novembre 2011

Ferribbotte e Mefistofele, storia esemplare di Tiberio Murgia, di Nicola Fano



Nicola Fano, come si può vedere nella colonnina accanto dedicata agli autori, mi piace molto. Ho letto la maggior parte dei suoi libri, e ho intenzione di leggere quelli che mi mancano (uno l'ho iniziato proprio oggi). Eppure non è un autore che parla di cose che mi interessano particolarmente, eppure i suoi libri mi affascinano irrimediabilmente, una volta iniziati non posso fare a meno di divorarli.
Ferribbotte (con due B, alla romana, l'autore ci spiega perché) è il siciliano de "L'audace colpo dei soliti ignoti". Tiberio Murgia è l'attore sardo che gli diede il volto, ma non la voce. Ferribbotte e Mefistofele è la storia di questo attore non attore, un po' ingenuo e un po' sbruffone, comunista, donnaiolo, minatore scampato per caso alla tragedia di Marcinelle, operaio e lavapiatti, sardo nella vita reale ma siciliano per necessità sullo schermo.
Tiberio Murgia nelle sue tante contraddizione viene mostrato dall'autore nelle sue vesti di Italiano. Come sempre Nicola Fano ripercorre la storia d'Italia attraverso i suoi attori, come specchio degli spettatori che li seguivano e li amavano, e che li apprezzavano proprio in quanto riflesso della realtà che li circondava.
Pagina dopo pagina Fano ci accompagna prima in Sardegna, poi alle Frattocchie (la scuola vicino a Roma per le giovani promesse del partito Comunista), in Belgio a Marcinelle, a Roma nel mondo del cinema e poi nella vita da divo, fino ad arrivare agli ultimi anni di vita di Murgia, attraverso gli alti e i bassi e della sua esistenza. Attraverso questi eventi personali si vede benissimo, direi quasi in trasparenza al di là di Murgia, la società italiana dagli anni '30 in poi. Ma la particolarità di questa storia "esemplare" è il punto di vista inusuale e interessantissimo. Lo sguardo penetrante dell'autore mette in luce tanti particolari, tanti eventi che il lettore non esperto spesso non ha modo di vedere, o non ha gli strumenti per notare. E il quadro che ne deriva è multiforme e affascinante.

A questo link un'intervista all'autore in cui presenta il libro, inizia al minuto 9:07.

Voto: 9

domenica 13 novembre 2011

L'incantatrice di Firenze, di Salman Rushdie



Uno strano filo lega il Rinascimento Fiorentino e la maestosa corte Moghul indiana.
Una carambola di personaggi incredibilmente affascinanti, tratteggiati in modo superbo. Fra i grandi intellettuali del Rinascimento Fiorentino (Machiavelli, Botticelli, per citarne solo due, si racconta persino la storia di questo quadro del pittore) spuntano come boccioli personaggi a metà fra il reale e l'immaginario, aneddoti interessanti. E sopratutto incanti. Incanti di ogni tipo, dalla magia creatrice dell'artista nell'atto di dare forma al suo capolavoro all'annullamento totale della coscienza e consapevolezza di una persona, dal potere della maestà reale agli effetti miracolosi di unguenti e profumi, dalla magia di una voce che riesce a dire sempre la cosa giusta al momento giusto alla potenza assoluta dell'amore. E sopra a tutti gli altri l'incanto supremo di Rushdie, che non dà scampo, non lascia tregua. Le pagine scorrono veloci, la storia si sviluppa attraverso meandri e deviazioni, ma l'attenzione del lettore è catturata dall'inizio alla fine.
Questo libro mi è sembrato come una giostra antica, con i cavalli, le carrozze, tanti animali strani e tante decorazioni preziose, un po' barocche, in oro, avorio, rosso porpora, verde.
Una giostra che è già in movimento quando la si guarda per la prima volta e che cattura con la sua melodia orientale, un profumo inebriante e il suo movimento veloce, che non permette di distinguere se non qualche colore, un particolare sfocato qua e là. La musica, il movimento e la fragranza ipnotizzano e non permettono agli occhi di distogliersi nemmeno un secondo dallo spettacolo.
E le pagine aumentano, la giostra ogni tanto gira più lentamente permettendo di avere una vaga idea degli animali che la popolano. La musica, il profumo e il movimento creano il presupposto per uno stato vicino alla trance, al dormiveglia, in cui tutto ciò che si vede, tutto ciò che si capisce e tutto ciò che non si capisce si fonde in un generale stato di soddisfazione e benessere. I nomi non contano, i personaggi si fondono l'no nell'altro, la storia semplicemente trascina con sé senza dare il tempo di soffermarsi sui particolari, ma permettendo di godere della meraviglia dell'insieme.
La giostra piano piano diminuisce la sua velocità,fino a fermarsi. L'incanto però non si spezza.
Bellissimo, non saprei trovare un motivo per non consigliarlo caldamente.


Voto: 10

domenica 6 novembre 2011

Le finestre di fronte, di Georges Simenon




La cosa bella dei libri è la loro versatilità. Un libro non viene mai letto da un solo punto di vista, nelle stesse parole, nelle stesse pagine ognuno può vedere ciò che vuole, come in una sorta di specchio.
Questo libro secondo la quarta di copertina parla di totalitarismo, di controllo assoluto. Viene considerato un capolavoro in questo genere.
Io ci ho letto tutt'altro. Vi ho trovato principalmente incomunicabilità,  solitudine. Una solitudine annichilente, che non può essere compensata da nulla nemmeno dalla chimera dell'amore. La solitudine legata non all'azione di controllo di un potere esterno o alle barriere linguistico/culturali tipiche della vita in un paese straniero, ma alla presenza ineluttabile di barriere mentali, che impediscono la più semplice comunicazione. L'interazione, quando c'è, avviene come fra animali diversi in gabbie vicine: ci si vede, ci si studia, ma non ci si capisce. Ognuno rinchiuso nel suo piccolo ristretto mondo, senza via di scampo, senza alcuna possibilità di contatto. 
Personalmente ho letto questo libro non in chiave politica ma umana. La solitudine di ognuno di noi di fronte a un mondo incomprensibile, a tratti comico nella sua tragicità. 
E come nella tradizione tragica greca non c'è possibilità di salvezza. L'unico barlume di speranza muore ancor prima di nascere, trascinando il protagonista in una caduta inarrestabile verso l'isolamento completo, verso l'atarassia o l'annullamento totale.

voto: 10


lunedì 31 ottobre 2011

Starman Jones, di Robert A. Heinlein


Questo libro mi ha ricordato molto "L'Isola del tesoro" di Robert Louis Stevenson. Si tratta infatti di un romanzo d'avventura e di formazione molto piacevole da leggere, probabilmente entusiasmante se letto all'età giusta.
Per me, che l'età giusta l'ho superata da un po', è sicuramente un libro carino, ma non un capolavoro. La storia è ben scritta ma un po' limitata, e sente un po' il peso degli anni.
Il tutto è incentrato sul protagonista, che inevitabilmente fa carriera in modo fulmineo, scopre un nuovo pianeta, combatte contro gli alieni cattivi eccetera. Abbastanza prevedibile, e non c'è l'ampio respiro e la critica intelligente alla società che si può trovare in Sesta colonna, come in molti romanzi di Asimov.
Piacevole, ma la fantascienza che amo è su un altro livello :)

Voto: 6

martedì 25 ottobre 2011

La casa dei sogni, di Agatha Christie


In questa raccolta, più che in altri romanzi della scrittrice ho visto il suo lato femminile.
Che si parli di amore, di follia, di archeologia, di paradisi tropicali o di misteri lo sguardo dell'autrice non è mai distaccato, ma è sempre partecipe, anche se in modo delicato.
Dal mio punto di vista questo rende la raccolta incredibilmente piacevole.
Non amo le storie tristi, ma la Christie riesce a raccontarle con un tale garbo e un affetto così evidente per i propri personaggi da avermi completamente affascinato.
Le due storie che mi sono rimaste più impresse sono la prima, che dà il titolo al libro, e quella che racconta dell'idoletto precolombiano.
La casa dei sogni mi ha catturato e tenuto incollata alle pagine fino all'epilogo, commovente e perfetto nella sua semplicità.
La storia del piccolo idolo mi ha ugualmente commossa, ma al posto delle lacrime è stato un sorriso ad accompagnare la lettura delle ultime righe del racconto.
Bellissimo libro.

mercoledì 31 agosto 2011

Caterina la prima moglie, di Philippa Gregory


Conoscevo Philippa Gregory solo di nome (nelle librerie inglesi è ovunque), e mi dava l'idea della scrittrice da bestseller che per vendere sfrutta la storia. Decisamente mi sbagliavo.
Quando si parla di Enrico VIII non si pensa che ad Anna Bolena. Al massimo dopo il recente film "L'altra donna del re" (anche questo tratto da un precedente romanzo della stessa scrittrice) si sa qualcosa di Maria Bolena. E Caterina, la prima moglie? E' solo una povera donna tradita,noiosa, non molto interessante?
Questo libro ci mostra Caterina al di là della sua triste fine, e delle vicende che hanno rovinato i suoi ulimi anni.
Ai nostri occhi si presenta la figlia dei più grandi sovrani del mondo, vissuta per anni nella polvere degli accampamenti militari, al seguito della guerra santa dei genitori; la giovane ragazza abituata al lusso e alla modernità dell'Alhambra, promessa sposa del figlio del re d'Inghilterra; la principessina meridionale intimamente sconvolta dal suo nuovo paese freddo, arretrato e inospitale; la giovane donna appassionata e solare in preda ad un amore inaspettato...
Dalle pagine emerge il ritratto di una donna incredibile: forte, coraggiosa, testarda, appassionata, purtroppo affiancata da un uomo piccolo e meschino decisamente non alla sua altezza.
Non so quanto di questo libro sia frutto della fantasia dell'autrice (ho sentito la mancanza di una nota finale che lo dicesse), ma ne ho amato ogni pagina.
Una lettura coinvolgente, appassionante, piacevole e interessante.

domenica 21 agosto 2011

190 miliardi di anni dopo, di Carlo Sarti



Libro comprato per il fossile in copertina. Scopro che l'autore è un paleontologo… beh, mi sono detta, perché no? Vediamo che ci racconta. Il mio giudizio si è evoluto capitolo per capitolo, portandomi da un'iniziale aspettativa di un romanzo interessante a… beh, andiamo con ordine. Per ogni capitolo racconterò a grandi linee ciò che succede (la parte scritta in grigio è uno spoiler, siete avvisati) e poi il mio giudizio.

Primo capitolo: un paleontologo trova il modo di sopravvivere alla sua morte per centinaia di migliaia o persino milioni di anni. e trova il modo di metterlo in pratica.
Giudizio: Non sono molto convita, l'idea mi sembra un po' una stupidaggine, ma dipende molto da come viene sviluppata. Qualche particolare della trama non incontra la mia approvazione, ma si sa che io sono svenevolmente romantica e propendo per le storie talmente mielose da far cariare i denti, quindi probabilmente è un problema mio. Interessanti e spiritose alcune trovate dell'autore, non male.

Secondo capitolo: Si risveglia qualche milione di anni dopo. Una catastrofe geo-astronomica ha distrutto praticamente tutte le forme di vita terrestri (uomo compreso, naturalmente). Esiste però una civiltà intelligente, quella dei delfini, che però a un certo punto della loro storia si sono ibridizzati con gli ultimi rappresentanti del genere Homo.
Giudizio: Dal punto di vista scientifico è interessante e coerente. Dal punto di vista fantascientifico per alcune cose decisamente non ci siamo. L'italiano che si sarebbe conservato identico per 7 milioni di anni? Ma andiamo! I viaggi nel tempo sono particolarmente difficili da descrivere, perché è facilissimo non riuscire a motivare coerentemente alcune scelte che per motivi di comodo devono essere fatte (ad esempio: come si comunica?). Lo stesso Asimov, a quanto mi risulta, ha trattato di rado i viaggi nel tempo, e nel suo romanzo "La fine dell'eternità" per evitare incoerenze ha dovuto utilizzare una trama e un'ambientazione complesse. Non è certo materia da neofita della fantascienza, insomma. Anche la trama mi sembra debole, con il protagonista che si fida prima di uno poi dell'altro senza una ragione specifica, così, a naso. Però dai, magari migliora.

Terzo capitolo: Si risveglia qualche milione di anni dopo. Stavolta la civiltà intelligente è quella dei pipistrelli giganti (ma non erano urti estinti i mammiferi terrestri? Seconda incoerenza). Ma in realtà tutto è guidato da una sorta di cubetti grigi pensanti e telepatici che stanno per terra. Tutti continuano a parlarsi a capirsi benissimo (mah…)
Giudizio: mah… secondo me stiamo scivolando nella follia, ma vabbè…Notevole però il modo in cui riesce a confondere la superintelligenza.

Seconda parte del terzo capitolo: (relativamente) poco tempo dopo. Sempre pipistrelli, stavolta pelosi. E cubetti. Che vincono.
Giudizio: che noia, ma quando finisce?

Quarto capitolo: Deliri fisico-neurologico-teologici
Giudizio: Follia pura. Ma quando finisce?

Quinto capitolo: Kafka. Leonardo da Vinci. Freud. Hitler. Viaggi nel tempo. Delirio.
Giudizio:
Prime due righe: aaah! Ok! ho capito tutto! Geniale! Dai, non era male come libro.
Dalla terza riga in poi: AAAARGHHHHHH!!! Delirio! Delirio! Delirio! Ci deve essere un motivo per cui il libro finisce cosÌ. Io non l'ho capito. O ero troppo fusa per capire l'ultima parte (ho letto il libro in qualcosa tipo 4 ore). A me personalmente sembra assurdo, elucubrazioni di una mente pericolosa, probabilmente il problema è mio.
Comunque non ho letto Kafka per non avere incubi, e poi mi ritrovo ad averli leggendo questo libro? Bah…

Non consigliato, anche se credo che l'autore possa avere potenzialità. Secondo me il problema è che si spinge troppo verso problematiche filosofiche che invece avrebbe dovuto lasciar perdere.

giovedì 18 agosto 2011

Lettera a un giovane amico, di Luciano Luisi



Come dice il titolo questo breve saggio suddiviso in 10 capitoli è scritto sotto forma di lettera a un giovane. In questo modo l'autore può trattare temi complicati e delicati come l'essenza della poesia e la religione non da un punto di vista oggettivo e cattedratico, ma con un linguaggio semplice e diretto, arricchendo il testo con esempi tratti dalla sua esperienza, ricordi, citazioni.
Luisi conosce a fondo gli argomenti di cui parla, e il suo stile piacevole rende interessanti anche concetti che presentati in altro modo potrebbero risultare noiosi.
Durante la sua vita l'autore ha potuto conoscere numerosissimi intellettuali di diversi campi, principalmente la letteratura. Concetti e insegnamenti raccolti durante le interviste e gli incontri con questi grandi uomini sono disseminate qua e là nel volume, arricchendolo a mio parere di una dimensione nuova, quella della testimonianza diretta. Nello specifico la testimonianza diretta che ci viene proposta nel libro è ancor più preziosa perché estremamente labile. Se vent'anni fa molti intellettuali ancora ricordavano ciò che Luisi ci racconta, con il passare del tempo alcuni di loro sono scomparsi, e altri non sono più in grado di raccontarci le loro esperienze. E nonostante siano rimasti numerosi testimoni del passato (libri, articoli, interviste) il contatto con chi queste esperienze e questi incontri li ha vissuti in prima persona è incredibilmente illuminante.
Un ulteriore pregio di questo libro è quello di vedere le cose da un punto di vista attuale: da Dante a X facto l'autore vive nel presente, e lo dimostra integrando eventi e testimonianze passate in un contesto dei nostri giorni.

Il libro ha due difetti, a mio parere. Una distrazione e un punto di vista che non condivido.

La distrazione si riferisce ai diversi errori di battitura che ho trovato. Una lettura più attenta avrebbe potuto evitarli facilmente.

Il punto di vista che non condivido quello espresso sui giovani. Nemmeno molto velatamente Luisi si innervosisce nei confronti dei giovani d'oggi, persi in un oceano di contemporaneità, ma che non conoscono nulla di ciò che è stato prima di loro. Migliaia di giovani persone che non hanno un'idea di chi siano Magritte, Steinbeck, Cronin…
A questo commento risponderei: forse Luisi ha ragione (anche se non ne sono pienamente convinta, ma non ho gli strumenti per sostenere la mia tesi) ma di chi è la colpa?
Mio nonno (più o meno coetaneo dell'autore) mi ha sempre regalato libri, classici per l'infanzia, romanzi adatti alla mia età (è morto purtroppo quando ero alle soglie dell'adolescenza), e mi ha sempre parlato. Mi ha sempre raccontato la sua vita, mi ha fatto discorsi più o meno seri, mi ha portato alle mostre d'arte, mi ha fatto vedere i suoi film, mi ha cantato le canzoni della sua epoca, in breve mi ha aperto una finestra sul suo mondo. E ora che non c'è più la finestra è ancora aperta.
Mia madre e mio zio, suoi figli, hanno continuato. È grazie a loro che conosco Steinbeck e Beckett (che non mi piacciono) e Hemingway e Remarque (che mi piacciono).

I nipoti di Luisi hanno letto Steinbeck? Riconoscono un quadro di Magritte? Da quello che scrive evincerei di no. E se è così la colpa è anche (o solo) sua, non ha aperto loro la sua finestra. E in questo caso non ha diritto di lamentarsi di questa situazione.

giovedì 11 agosto 2011

La giornata di un giornalista americano nel 2890, di Jules Verne


Interessante questo libretto, ma non molto bello. Interessante perché Jules Verne è sempre bravo. In questo breve racconto (35 pagine, scritte grandi) racconta 24 ore di vita del direttore del giornale più importante del mondo. Il mondo è suddiviso in America, che ha inglobato l'Inghilterra, Francia e europa occidentale, Russia e Europa orientale, Cina e Asia, Australia, Africa (che non conta nulla). Ricorderebbe un po' il mondo Orwelliano, se questo non fosse di parecchi anni successivo. Interessanti gli oggetti del futuro, fra un videotelefono ante litteram e telescopi mastodontici. Nell'introduzione, però, viene spiegato che probabilmente i marchingegni futuristici non sono frutto della fantasia di Verne, ma sono stati ripresi da un libro a lui contemporaneo.
Interessante il personaggio e il suo ruolo, non solo direttore di un giornale, ma soprattutto superpotenza politica in grado di definire le sorti dei paesi che a lui si appellano.
Interessante ma non bello. L'idea mi sembra sviluppata poco e superficialmente, punzecchia suggerendo idee potenzialmente interessanti, ma niente di più. Può forse essere utile per passare una ventina di minuti in attesa del treno, ma non lo consiglierei.
La traduzione dl francese (il testo originale è a fronte) è in alcuni casi decisamente arbitraria: perché tradurre "novantacinquesimo" con "ottantacinquesimo"?

lunedì 8 agosto 2011

L'anima delle Dolomiti, di Carlo Felice Wolff


All'inizio dello scorso secolo un uomo passava il suo tempo camminando sui sentieri dolomitici, entrando nei masi, e parlando con gli anziani, chiedendo loro di raccontargli una storia. Un po' come fece Calvino con le nostre Fiabe Italiane.
Qust'uomo era Karl Felix Wolff (sulle edizioni italiane dei suoi libri il nome è stato tradotto): giornalista, soldato, appassionato di antropologia e aedo moderno.
Attraverso un lungo lavoro ha raccolto ciò che era rimasto delle antichissime saghe dolomitiche e l'ha trascritto in una serie di libri. L'anima delle Dolomiti raccoglie una parte della meravigliosa saga del Regno dei Fanes, più alcuni racconti non collegati fra di loro.
E' un libro bellissimo. Le storie sono nella maggior parte dei casi incredibilmente tristi, disperate. Ma, nonostante io detesti tutto ciò che è triste, mi hanno affascinato profondamente, e non ho potuto fare a meno di comprare altri libri dello stesso autore.
Credo che la magia contenuta in questo libro sia legata non solo alle storie in sé, ma alla profonda conoscenza che l'autore ha dei luoghi, del modo di pensare, del mondo fisico e spirituale che le ha create. In questo senso vedo Wolff (che ammette di aver a volte integrato ciò che aveva ascoltato dagli anziani) come l'ultimo di una lunga tradizione di narratori delle antiche gesta. Gesta che si sono trasmesse di nonno in nipote, con infinite modifiche e correzioni ad ogni generazione. Personalmente non biasimo Wolff per averci messo del suo, lo vedo solo come l'ultimo aedo dolomitico, non un semplice trascrittore di ciò che ha ascoltato, ma un vero e proprio narratore che si inserisce nella tradizione a lui precedente e segue le regole non scritte delle tradizione orale, sempre aperta all'interpretazione e alla modifica personale.
Bellissimo.

domenica 24 luglio 2011

Italiani con Valigia, di Beppe Severgnini


Essendo un'Italiana con valigia e avendo apprezzato molto l'unico libro di Severgnini che ho letto, quando ho ritrovato sulla mia libreria "Italiani con valigia" l'ho subito iniziato a leggere.

La prima parte racconta gli italiani in viaggio. Nonostante siano passai parecchi anni da quando il libro è stato pubblicato (ho l'edizione del 1999), è incredibilmente calzante e spassosissima. Nonostante il mondo dei viaggi sia sicuramente cambiato negli ultimi 12 anni, gli italiani sono rimasti coerenti, e continuano a far sorridere e scuotere la testa (per non dire arrossire, ma sorvoliamo) ora come allora. Leggevo il libro in treno e ridevo da sola.

Quando però ho iniziato la seconda parte, che racconta alcuni viaggi di Severgnini, ci sono rimasta male. Volevo andare dall'autore e lamentarmi, "ehi, dove sono le risate che mi aspettavo? Io volevo una critica spiritosa sugli italiani in viaggio, non mi importa di tutti questi paesi appena usciti dal comunismo in cui prendere un treno è un impresa". Poi mi sono ricreduta.
Come ho già scritto ho enormi lacune nella storia contemporanea europea, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale. Venendo a vivere in Germania ho imparato parecchio, ma è ancora un argomento che non conosco molto bene. Le testimonianze di Severgnini sono per lo più legate a paesi visti in momenti storici particolari. L'Europa orientale del postcomunismo, gli Stati Uniti di Clinton, il Sudafrica e i suoi problemi razziali. Ho imparato tanto da queste testimonianze, in modo piacevole e divertente. Mi dispiace per l'iniziale scetticismo, si tratta probabilmente della sezione più interessante del libro.

La terza parte racconta l'Italia. Severgnini ha preso una macchina e ha seguito le coste italiane dal Friuli alla Liguria. Mi è sembrato un capitolo molto triste. Nonostante l'attenzione dell'autore a non dare un'impressione troppo pesante di ciò che vede, quello che mi è rimasto alla fine della lettura è un enorme magone, rafforzato dalla consapevolezza che probabilmente gli ultimi anni hanno peggiorato la situazione.
Severgnini, sicuramente consapevole di tutto questo, ha deciso di chiudere il libro con una boccata di aria fresca: il viaggio nell'Italia che funziona. O meglio, che funzionava all'epoca della pubblicazione del libro. E se a leggerlo allora poteva dare un motivo di speranza, oggi viene da chiedersi cosa sia rimasto di questa Italia che funziona. Sarebbe bello ripetere il viaggio oggi, in quegli ospedali dove i medici nonostante i tagli riescono a offrire un servizio ottimo, in quelle università e in quelle scuole dove i professori combattono quotidianamente contro l'ignoranza imperante e riescono persino a vincere, eccetera.

Un gran bel libro.

domenica 10 luglio 2011

I banchetti dei vedovi neri, di Isaac Asimov


Come è noto adoro Asimov e mi piacciono parecchio i gialli. Avevo già letto il primo libro della serie e mi era piaciuto parecchio. Questo decisamente di meno.
I racconti dei Vedovi Neri sono molto lineari, molto classici, e questo mi piace molto. La struttura narrativa del racconto breve lascia poco spazio ai colpi di scena ripetuti, e la struttura della trama non permette indagini o azione, tutto si basa sul ragionamento e sulla deduzione. Dal mio punto di vista questo tipo di scelta lascia fuori parecchi dei difetti tipici dei gialli.
In questo quarto volume della serie, però, mi aspettavo un po' più di fantasia. I racconti mi sono sembrati un po' scontati, le trame facilmente prevedibili, sono persino riuscita a indovinare il finale di un paio di racconti (cosa che non mi capita mai). Questo li rende particolarmente poco "dimenticabili", quindi dovrò aspettare parecchio prima di rileggerli (il che mi fa rabbia, nei gialli). E ho trovato la struttura un po' troppo ripetitiva.
Forse dopo tre volumi Asimov aveva un po' perso l'inventiva, forse semplicemente mi aspettavo di più io, forse avrei dovuto leggere i racconti intervallandoli con altre letture (come mi era capitato con il primo volume).
In breve: un libro leggero, per passare qualche ora piacevole. Di Asimov ho letto di meglio.

mercoledì 29 giugno 2011

Il serpente piumato, di David Herbert Lawrence



Mia mamma ha sempre adorato le civiltà precolombiane. Io ho provato spesso a leggere qualche libro sull'argomento, ma di solito desistevo dopo poche pagine. Poi all'università mi sono ritrovata a dover scrivere una tesina sul rapporto fra una popolazione "non civilizzata" a mia scelta e la società occidentale, e ho scelto gli Aztechi.
Ne ho studiato i miti, ne ho scoperto i riti, ho cercato di capirne il calendario e la società, mi sono spaventata di fronte allo strano uso della violenza e sono arrivata  più o meno a contestualizzarla.
E mi sono innamorata di questa civiltà meravigliosa, tanto lontana dal nostro modo di pensare quanto affascinante.

Qualche mese fa mi sono ritrovata fra le mani questo libro e l'ho iniziato senza sapere bene cosa aspettarmi.
All'inizio l'ho trovato bellissimo. Descrive un mondo, quello messicano degli inizi del 900, a me del tutto sconosciuto, avvolgendolo tuttavia in un'atmosfera decisamente precolombiana.
Ci ho messo molto a capire i tre personaggi principali, e ci sono riuscita solo alla fine. nel frattempo tuttavia il mio giudizio sul libro e' cambiato radicalmente.
Ho iniziato a pensare che forse il libro non era bello come credevo
La fine e' quanto di più contrario al mio modo di pensare possa esistere. E mi auguro che lo scrittore abbia un motivo per far comportare i suoi personaggi da perfetti imbecilli, che prenderei a pugni ogni due parole, perché io questo motivo proprio non l'ho capito.
Va detto tuttavia che nonostante il mio personale problema con i personaggi e la terza parte del libro, ne conservo un ricordo molto bello. Le atmosfere sono tratteggiate in modo sublime, e ci si ritrova proiettati nel mondo coloratissimo, terribile e disperato della cultura azteca. I miti, i riti, gli dei sono presentati con la tridimensionalità di figure viventi, frutto non solo della conoscenza dell'argomento, ma soprattutto di una comprensione profonda del mondo dal quale sono nati.
Anche solo per questo il libro merita di essere letto, per chi ama l'argomento.

sabato 18 giugno 2011

Spes, ultima dea, di Danila Comastri Montanari



A me piacciono i gialli (ma no???)
No, lasciatemi finire. A me piacciono i gialli dimenticabili. I gialli dimenticabili sono quelli scritti bene, con una bella trama e personaggi interessanti, che tengono incollati alle pagine fino alla fine, ma costruiti in modo tale da non permettermi di ricordare l'intreccio a lungo.
Perché, diciamocelo, se io riprendo in mano un giallo due anni dopo averlo letto, e già mi ricordo che il colonnello Mustard è l'assassino, e ha agito in sala da pranzo con il candeliere... beh, non mi godo il romanzo. Sotto questo aspetto Agatha Christie non è molto dimenticabile. I suoi gialli sono bellissimi, ma forse proprio per questo sono molto poco dimenticabili.
Danila Comastri Montanari invece scrive romanzi molto belli e godibili, ma anche molto dimenticabili. La trama è sempre intricata abbastanza da non farmela ricordare a distanza di mesi, ma senza mai risultare esageratamente pesante o difficile da seguire durante la lettura.
Publio Aurelio, il protagonista, è abbastanza simpatico: nonostante sia n po' vanesio e a volte persino snob, risulta alla fine una persona onesta, e soprattutto con parecchi difettucci, che lo rendono più umano di un (poniamo il caso) Sherlock Holmes, la cui infallibilità mi dà a volte fastidio.
Insomma, davvero un bel libro (e anche dimenticabile), come anche gli altri della serie. Continuerò a leggerli con piacere.

martedì 14 giugno 2011

In viaggio con Jane Austen, di Laurie Viera Rigler


Seguito del libro "Shopping con Jane Austen".
Jane è una giovane donna che viene catapultata dalla sua epoca, l'800 inglese, alla Los Angeles del presente, nel corpo di Courtney. Se nel primo libro Courtney deve vedersela con una società che in parte conosce, anche se solo da libri e ricostruzioni cinematografiche, Jane è completamente spaesata: non è in grado di muoversi in questo nuovo mondo e sono con grandissima concentrazione e attenzione riesce a poco a poco a farsi un'idea di ciò che la circonda.
Poco a poco lo sguardo penetrante e distaccato di Jane mette in luce gli innumerevoli vantaggi della vita moderna, ma riesce a cogliere anche e affinità con il mondo perbenista e bigotto da cui proviene, da cui ci distanziamo meno di quanto si possa immaginare a prima vista.
Il tema anche in questo caso è molto difficile da sviluppare, quando si immagina un personaggio del passato alle prese con il caos della vita moderna è facile cadere nel banale. E anche in questo caso, ancor più che nel precedente, l'autrice si è dimostrata molto attenta, delineando il personaggio principale con molta maestria.
La storia è carina, e persino il pizzico di "magia", che di solito mi procura l'orticaria, non mi ha dato fastidio.
Bello e ben scritto, decisamente consigliato come lettura leggera e piacevole, con spunti di riflessione interessanti. Unica pecca: la copertina è davvero bruttina, potevano sforzarsi un po' di più :)

martedì 31 maggio 2011

Io Robot, di Isaac Asimov


Già letto numerose volte, mi è ricapitato in mano in un momento particolare che me ne ha fatto apprezzare particolari che altrimenti non avrei notato.
Come sempre di Asimov amo l'attenzione per il ruolo della scienza nella società, e il tentativo di rispondere alle domande etiche che da essa scaturiscono.
In questo caso, però, non ho potuto fare a meno di notare che questo libro, leggendo fra le righe, parla non solo di robot e di cervello positronico, ma anche di uomini e di cervello biologico.
La trattazione di Asimov di fenomeni di "pazzia" robotica sembra alludere a problematiche fondamentalmente umane. Letto sotto questo punto di vista questo libro mi ha fatto quasi più male di questo.

venerdì 29 aprile 2011

Solar di Ian McEwan



Libro molto interessante.
Probabilmente chi vive al di fuori dell'ambito scientifico rimane colpito dall'umanità del protagonista, premio nobel per la fisica ma decisamente discutibile sotto molti punti di vista.
Interessante questa scelta dell'autore, una figura di scienziato vincitore del Nobel, (un "buono" per antonomasia nella visione comune) che però visto da vicino si rileva un omuncolo. Non solo è pieno di difetti, ma anche in questi si rivela meschino. Un uomo che si è arreso, un uomo che ha messo la vita da parte, lasciando spazio solo all'apparire.
Da molti elogiato come libro comico a me è sembrato incredibilmente tragico, disperato.
Non sono sicura che mi sia piaciuto

giovedì 28 aprile 2011

La porta chiusa, di Ellery Queen


Di solito mi piacciono i gialli, ma stavolta è troppo. Va bene qualche tranello nascosto, va bene qualche personaggio antipatico, va bene la cattiveria. Ma qui si parla di crudeltà, vendetta, sottomissione psicologica, manipolazione delle persone, e, marginalmente, di morte. E secondo me è troppo.
Dei gialli mi piacciono i misteri, e il modo in cui l'investigatore arriva alla verità. Qui invece il fulcro sta nella verità stessa, nella storia agghiacciante che racconta e nella crudeltà sottile e calcolata che nasconde.
Forse è il periodo sbagliato, o forse è semplicemente uno di quei romanzi di Ellery Queen che non fanno per me (un altro è "...e l'ottavo giorno").

venerdì 22 aprile 2011

In due si indaga meglio 2 - L'ispettore Morse e la ragazza scomparsa, di Colin Dexter


E' periodo di gialli, ho necessità di svagarmi e i romanzi gialli mi hanno sempre aiutato in questo.
Due dei tre autori di questa raccolta mi piacciono molto, per cui l'ho comprata a cuor leggero. Dall'introduzione sembra che Dexter sia un giallista molto famoso, non ne avevo mai sentito parlare ma ho deciso di leggere ugualmente il suo romanzo.
L'inizio è molto interessante, mi è piaciuta l'idea di iniziare il libro sapendo già qualcosa, ma non abbastanza per capire come si sono svolti i fatti. L'ispettore Morse è abbastanza simpatico anche se i suoi metodi sono difficili da seguire.
Poi però dopo un po' mi sono stufata, alla fin fine questo romanzo è un susseguirsi di ipotesi sbagliate, una più fantasiosa dell'altra, raggiunte tramite processi mentali non del tutto spiegati, o comunque a me non congeniali. Se alle prime 2-3 ipotesi ero interessata alla quinta-sesta non volevo nemmeno più sapere chi fosse l'assassino e cosa fosse successo, volevo solo finire il libro.
Infatti non ricordo già più quale delle innumerevoli ipotesi proposte fosse reale, che fine abbia fatto la ragazza e chi ha ucciso le vittime. Peccato, era iniziato bene, poteva fare di più.

mercoledì 20 aprile 2011

I robot e l'Impero, di Isaac Asimov


NOTA PER GLI APPASSIONATI: sto leggendo i romanzi di Asimov in ordine di storia, non di pubblicazione. Naturalmente questo mi porta a non poter seguire l'evoluzione del pensiero di Asimov in termini strettamente cronologici. Questo potrebbe influenzare la mia interpretazione, se non condividete ne parlo volentieri nei commenti.

Finire un libro di Asimov è sempre traumatico. I suoi romanzi lasciano sempre un pizzico di commozione, un senso di grandezza, un anelito ad un futuro migliore, e soprattutto un'incrollabile fiducia
nell'Umanità. E ogni volta mi sembra il più bello che abbia letto di questo autore (almeno fino al successivo ;-) ). I robot e l'impero non fa eccezione: ci sono diversi punti che mi hanno colpito e che vorrei discutere.
Leggendolo in questo periodo non si può non notare la dicotomia fra i due modelli di società presentati, che si scontrano. Da una parte i Coloni, un popolo numeroso formato da individui poco longevi, relativamente poco tecnologizzato, con poche necessità, che si sta espandendo a macchia d'olio. Dall'altra parte ci sono gli spaziali. Sono pochi, supertecnologizzati, incredibilmente longevi, socialmente statici e si sentono superiori.
Non ho potuto fare a meno di paragonare tutto questo alla situazione che stiamo vivendo in questo periodo nel Mediterraneo. Il diversi punti di vista espressi dai personaggi del romanzo mi sembrano molto pertinenti, e stimolano una riflessione a mio parere interessante.
In secondo luogo ho amato molto il modo in cui sono tratteggiati i due robot protagonisti del romanzo: Giskard, il robot vero e proprio capace però di percepire le emozioni umane, e Daneel, dall'aspetto umanoide e dai circuiti mentali fortemente influenzati dalla sua "amicizia" secoli prima con un uomo, privo tuttavia di poteri telepatici. I due personaggi sono rappresentati benissimo, e trovo che sia stato raggiunto un equilibrio mirabile fra la loro essenza robotica e la presenza di sentimenti propriamente umani (come l'amicizia). Ho l'impressione che questo romanzo rappresento l risultato di una lunga riflessione fatta dall'autore, dopo tre romanzi e numerosi racconti, sul tema dei robot, il loro ruolo nella società umana e le loro interazioni con gli uomini. Non è certamente un caso che proprio qui viene teorizzata la "Legge zero della robotica".
Asimov ci mostra una falla nella progettazione degli automi. Le tre leggi della Robotica, nate per impedire ai robot di danneggiare gli esseri umani, si dimostrano in realtà limitate. Grazie ad un processo mentale molto interessante i robot stessi (guidati tuttavia in questo processo da un uomo) definiscono e superano i limiti delle tre leggi, per creare le basi di quella che diventerà, nel Ciclo delle Fondazioni, la psicostoria.
In questo, e in tutto il romanzo, si nota una fiducia quasi cieca nell'Umanità, concetto evanescente e di difficile definizione, che acquista tuttavia un peso fondamentale. Asimov si dimostra ancora una volta fiducioso nell'Uomo e nel suo cervello. In questo io vedo il suo essere un grande scienziato. La Scienza non può non avere fiducia nell'Umanità nel suo insieme, nonostante le continue dimostrazioni della fallacia dei singoli individui. Trovo questo concetto molto interessante, nel suo essere "datato" a qualche decennio fa, ma secondo me ancora corretto (ne parlo anche qui).
Vedo in questo un punto di contatto fra tre uomini, scienziati e divulgatori che adoro. Isaac Asimov, Martin Gardner e Stephen Jay Gould hanno basato la loro vita e il loro lavoro proprio sull'assunto della fiducia nell'Umanità, e sono convinta che nel mondo di oggi ci sia ancora un enorme bisogno di persone come loro.

martedì 19 aprile 2011

L'ecole des femmes, di Molière


Avevo visto questa commedia a teatro anni fa. Poi un mesetto fa, uscendo dall'università sono passata di fronte alla libreria e ho deciso di entrare. Guardando nello scaffale dei libri francesi ho trovato solo questo che mi ispirasse, e ho deciso di comprarlo visto che, inoltre, costava molto poco).
È un libro bellissimo sotto tanti punti di vista.
Il curatore, Jean Serroy, è molto bravo. Il saggio introduttivo, anche se un po' lungo, permette di inquadrare perfettamente l'autore nel periodo e nelle visioni sociali dell'epoca. Mi è anche piaciuto il modo in cui è stato trattato il rapporto fra l'opera di Molière e la sua storia personale.
Quest'opera è stata pubblicata pochissimi mesi dopo il matrimonio dell'autore, suggerendo un nesso fra l'evento e l'ossessione del tradimento del protagonista. La coincidenza è sicuramente interessante,  ma il curatore tratta il problema in modo secondo me molto equilibrato. Senza scadere nel gossip e nel romanticismo facile analizza il tema anche nelle opere precedenti, e conclude che secondo lui il matrimonio non è stata la causa scatenante dell'interesse verso le corna, anche se probabilmente ha stimolato la riflessione sul tema.

Se non avessi letto l'introduzione la commedia mi sarebbe sembrata intelligente ed arguta, ma avendo capito il contesto sociale in cui è stata scritta mi ha colpito molto l'interesse per il ruolo della donna nella famiglia, e l'assoluta modernità del pensiero di Molière. Ho riflettuto a lungo sul tema. Quanti uomini, ancor oggi nel XXI secolo, preferiscono a una donna intelligente una compagna "che sappia cucire, pregare dio e amarmi, niente di più".

lunedì 18 aprile 2011

Blonde attitude, di Plum Sykes


Come in molti altri casi ho trovato questo libro a Parigi, in un negozio dell'usato, per una cifra irrisoria. Pur rendendomi conto che molto probabilmente non si trattava della Critica alla ragion pura di Kant, per pochi centesimi mi conveniva prenderlo, i libri stupidi non mi hanno mai creato problemi, purchè letti nel momento giusto.
Questo l'ho letto in palestra, tenendolo appoggiato al macchinario per la marcia, con la musica nelle orecchie. Kant probabilmente si sarebbe rivoltato nella tomba ad essere sfogliato in un tale frangente, Blonde attitude invece ci ha decisamente guadagnato.

Questo libro racconta del mondo delle ricche bionde famose e praticamente nullafacenti di New York. Piene di soldi fino ai capelli grazie all'intraprendenza di antenati più o meno remoti nel tempo (alla Paris Hilton per intenderci), bellissime, biondissime, magrissime e interessate solo alla moda, all'aspetto fisico e ai buoni partiti da accalappiare.
In effetti la protagonista è leggermente meno insopportabile, in quanto:

  • è bruna
  • ha un lavoro
  • ha un minimo di cultura (che cerca comunque di nascondere)
Per il resto i problemi sono quelli: il mancato invito alla festa esclusiva, lo strappo in un vestito da migliaia di dollari, l'impossibilità di trovare posto dalla parrucchiera delle dive...

In effetti il romanzo rappresenta in parte anche una critica a questo mondo, in quanto ne dimostra la vacuità e il distacco completo dal mondo reale. La critica, però, è solo lievemente tratteggiata in un tourbillon di vicende più o meno spiritose improntate alla più bieca superficialità e allo sperpero dissennato dei soldi del paparino.

Interessante forse per chi ama il mondo dell'alta società e della moda, a me è sembrato insopportabile e offensivo. E alcuni evidenti punti di contatto con Orgoglio e Pregiudizio me lo hanno fatto odiare ancora di più, non si profana un capolavoro in questo modo...

Orrilibro.

mercoledì 6 aprile 2011

Poirot non sbaglia, di Agatha Christie



Eh si, è un periodo in cui mi dedico ai gialli. Sarà che sono stressata, ma sono perfetti per rilassarsi e  utilizzare il cervello in modo piacevole. L'unica categoria di libri che reputo migliori dei gialli in questi frangenti sono quelli di divulgazione matematica :)
Questo libro mi è piaciuto abbastanza, ma non posso dire di essere stata particolarmente colpita. Intanto ho l'impressione di averlo già letto, anche se non me lo ricordo affatto. È vero che la storia inizia con una visita dal dentista, ed essendomi tolta da poco due denti sicuramente non ho apprezzato. Poi... non so, mi sembra un Poirot giù di tono, per dirne una, non va nemmeno una volta al ristorante. L'investigatore mi è sembrato quasi in secondo piano, l'attenzione è poco concentrata su d lui, interagisce relativamente poco, e per buona parte del tempo non conduce il gioco nonostante le sue intuizioni corrette. Inoltre credo che l'elemento che mi è piaciuto di meno sia l'intrigo internazionale, fra politica e spionaggio. Questo porta ad una trama confusa, con personaggi ambivalenti e di difficile inquadramento. Nonostante la soluzione sia molto elegante e ben congegnata il percorso per raggiungerla è disseminato di fraintendimenti e di false piste. Troppi, a mio parere.
Però devo ammettere che per la seconda volta ho colto l'indizio fondamentale insieme a Poirot. Io che coi gialli non ci ho mai azzeccato nemmeno lontanamente.

lunedì 28 marzo 2011

Maigret e il caso Nahour, di Georges Simenon


Fra i vari Maigret (quattro o cinque) che ho letto questo è quello che mi è piaciuto di meno. La storia è senza dubbio bella e costruita bene. Come in molti suoi romanzi Simenon racconta una Parigi e una classe sociale particolari. In Maigret e il Ministro quella della politica, in Maigret e la Stangona quella della criminalità povera, in questo caso i ricchi stranieri, e i casinò. Bellissima come sempre l'analisi e la reazione di Maigret di fronte a questa realtà, una reazione semplice, viscerale, molto umana. Bellissima la Parigi innevata e irreale raccontata.
Però ho trovato in questa storia qualcosa di estremamente torbido. Uno dei personaggi in particolare mi ha profondamente colpita, in modo negativo, e il finale (soprattutto l'ultima frase) non ha fatto che accrescere la mia sensazione di disagio e disgusto.
Questo commento tuttavia non vuole essere una critica all'autore, è invece una dimostrazione della sua bravura nel trasmettere sensazioni sottili ma molto prevasive.

mercoledì 23 marzo 2011

Superman contro Newton, di Robert Weinberg e Lois Gresh


Bello questo libro. E lo dico da due punti di vista: quello della persona che conosce bene l'argomento, e quello della persona che non lo conosce per niente.
In che senso? Ora ve lo spiego.
Non sono una grande appassionata di fumetti. Con poche eccezioni (di cui parlerò dopo) il mondo dei fumetti mi è completamente estraneo. Al massimo ho visto qualche trasposizione cinematografica (Spider-Man, Batman, i Fantastici Quattro). Di altri personaggi, anche se molto conosciuti (Hulk, Flash) non sapevo praticamente niente.
In questo senso questo libro è ottimo: parla in modo approfondito dei vari eroi spiegandone non solo le caratteristiche "scientifiche", ma anche il contesto sociale in cui sono nati, il carattere e le peculiarità più prettamente narrative. E allo stesso tempo spiega il fenomeno "fumetto", che mi ha aiutato ad entrare meglio nel contesto e a capire anche alcune scelte degli autori. Autori dei quali è riportata una interessantissima intervista alla fine del libro, che mi ha stimolato parecchie riflessioni di cui ho intenzione di parlare prossimamente sul blog.
Prima, però, parlavo di eccezioni. In effetti c'è un fumetto che conosco molto bene, di cui ho letto proprio le prime storie (ripubblicate in un unico volume qualche anno fa): Superman, che per mia fortuna è il primo eroe ad essere trattato nel libro. In questo caso ho potuto apprezzare in pieno le citazioni ad episodi specifici, le sottigliezze di cui il libro è ricco. E devo dire che il capitolo su Superman tocca alcuni problemi scientifici (c'è vita nell'universo? e se sì, quante probabilità esistono che sia intelligente?) che trovo molto interessanti. Le spiegazioni fornite dagli autori sono ben documentate e mi hanno fatto scoprire moltissime informazioni.

La seconda eccezione è un fumetto che ma avrei pensato di trovare trattato in questo libro. Mi aspettavo, ad esempio, Mandrake (che non c'è), con tutto il discorso dell'ipnotismo. Oppure Wonder woman, che non so che poteri abbia, ma suona bene (non c'è nemmeno lei). O Capitan America, o magari uno di quelli che non conosco nonostante sia famosissimo.



Ma non avrei mai immaginato di trovare un vero eroe della mia infanzia. Il fumetto che ho sempre divorato, spesso snobbato dagli adulti e dagli adolescenti, e soprattutto lui, il Disegnatore più grande, del quale ho letto centinaia di storie. Carl Barks, l'uomo dei paperi. E infatti (chissà come mai....) la storia che citano me la ricordo benissimo.



Con questa scelta gli autori hanno guadagnato la mia stima imperitura.

Bellissimo libro, scritto bene, piacevole e interessante. Unico difetto, troppo breve :) Consigliato

martedì 22 marzo 2011

La febbre dell'ottone, di Ellery Queen


L'Ispettore Queen, ormai in pensione, si è sposato. Grazie alla moglie si ritrova invischiato in un caso curioso che mette alla prova la sua abilità di detective. La promessa di guadagnare mille dollari prima, e parecchie migliaia dopo, spinge sei persone a rimanere per alcune settimane nella casa dell'ottone,  dimora di un anziano sedicente miliardario molto strano. L'atmosfera lugubre del palazzo in rovina è accentuata dal massiccio uso di ottone per ricoprire mobili, suppellettili e quant'altro.
Ellery non compare, se non nelle ultimissime pagine, e l'Ispettore Queen se la deve cavare da solo. A differenza di quanto mi aspettavo, questa situazione non gioca a suo favore: nonostante proponga diverse interpretazioni al mistero, queste vengono regolarmente smontate da nuovi indizi o dalla testimonianza degli altri personaggi. E alla fine è Ellery a trovare la soluzione. Soluzione che rimane comunque parziale, una parte del mistero, infatti, non trova risposta, a parte alcune congetture.
La trama è costruita bene, e l'atmosfera è emozionante, però non ho amato per niente il finale. Mi aspettavo risposte diverse ai quesiti che sorgono durante il romanzo, e soprattutto mi aspettavo un Ispettore Queen tratteggiato in un altro modo.
In generale, a mio parere, è un libro accettabile, non certo eccelso.

venerdì 18 marzo 2011

Latin for all occasions, di Henry Beard


Visita all'Ara Pacis per la mostra di Chagall. Uscendo, una veloce occhiata al bookshop. Lo vedo, fra un kit per costruire il proprio mosaico e una maglietta "Tutte le strade portano a Roma". "Latin for all occasions". Lo prendo in mano e lo sfoglio. Il dilemma: lo compro o no? Stupidaggine o genialata?
Proviamo a comprarlo, spero di non pentirmene.

Decisamente non me ne sono pentita. Un libro spassosissimo!

E' San Valentino e volete scrivere un bigliettino di sicuro effetto?

Volete insultare qualcuno in modo fine?

Volete fare colpo alla riunione dei 10-20-25 anni dalla maturità?

Volete rendere irresistibile lo spam?

Volete provarci con qualcuno trasudando classe?

Volete scusarvi in modo elegante?

Fatelo in latino! Questo libro ve ne dà la possibilità!!!

Dal latino per hackers al latino per le situazioni imbarazzanti, passando per il latino in spiaggia, il latino per le relazioni sentimentali e quello per dire bugie.

Spassosissimo.

mercoledì 16 marzo 2011

Manuale di conversazione, di Achille Campanile


Achille Campanile è uno dei miei autori preferiti fin dal nostro primo "incontro", quando, intorno ai 14 anni, per rallegrare una settimana di febbre mia madre mi regalò "In campagna è un'altra cosa".
Per chi non conoscesse questo autore, si tratta del più grande umorista italiano del XX secolo. Mi sembra già di sentire fior di persone serie che borbottano (mi è già capitato) Ah, l'umorismo, robetta da Zelig, non certo grande letteratura. Chiunque dica una cosa del genere non conosce Campanile. In questo autore la battuta spiritosa, il gioco di parole, il doppio senso (sempre molto pudico, per gli standard odierni) diventano arte.
Una percentuale importante dei suoi libri è proprio così, da ridere fino alle lacrime senza riuscire a smettere, magari da soli, a letto, creando una perfetta parentesi di benessere all'interno del trambusto quotidiano.
Poi ci sono i libri come questo. Riflessioni intime e personali sulla vita e sul mondo.
Quando si legge "Manuale di conversazione" si ride poco. Si sorride molto, però, ritrovando nelle parole dell'autore tanti dei propri pensieri inespressi, tanto della tenerezza che lega al passato, tanto della propria vita quotidiana. In alcuni casi una piccola lacrima scende sulla guancia, nel riconoscere la giustezza e l'universalità di alcune riflessioni amare.
Anche se preferisco leggere il Campanile ridanciano considero questo libro una raccolta di tanti piccoli gioielli, che gettano luce su questo, a mio parere, grandissimo autore. La risata di Campanile non nasce dalla superficialità di chi è sempre felice, ma dalla piena consapevolezza delle difficoltà della vita, con la convinzione che l'unica arma in nostro possesso per rendere i problemi più sopportabili è proprio il sorriso.

domenica 13 marzo 2011

La poltrona n.30, di Ellery Queen


Come ho già detto ho gusti decisamente limitati in fatto di gialli: mi piacciono Conan Doyle, Ellery Queen, Rex Stout, Agata Christie, Georges Simenon, Erle Stanley Gardner, Daniela Comastri Montanari, e... naturalmente Isaac Asimov! Gli autori non li conosco, quando ho provato a leggere un giallo che esulasse dall'elenco di scrittori citato mi sono sempre travata male, quindi continuerò così a meno di consigli (sempre ben accetti :) )
Ellery Queen mi piace molto, anche se non apprezzo tutti i suoi libri allo stesso modo, ogni tanto infatti trovo che esageri dando un tono un po' eccessivo e surreale (come nel romanzo "E l'ottavo giorno...").
La poltrona n. 30 l'ho trovato carino, ma non eccelso. Un delitto avvenuto in un teatro, durante la rappresentazione di uno spettacolo. Tutto ruota attorno a un dettaglio mancante: il cilindro della vittima. Interessante, ma ne ho letti di migliori.

mercoledì 9 marzo 2011

Uno studio in rosso, di Arthur Conan Doyle


Da adolescente andavo pazza per Sherlock Holmes. Mi piaceva molto il suo modo scientifico di risolvere i casi, la sua aura da "supereroe", e perfino l'atmosfera cupa e un po' gotica dei suoi romanzi (che di norma aborro). Lessi parecchi racconti, e Il mastino dei Baskerville. Qualche tempo dopo trovai questo libro a casa di Indiana Zio, una sera che dormivo lì, e decisi di leggerlo. Mi piacque molto il racconto dell'incontro fra Holmes e Watson, gli inizi della loro amicizia, e apprezzai le notizie relative al loro passato, che mi aiutavano a capire meglio alcuni riferimenti trovati negli altri libri. La storia mi prese, come sempre: un sacco di indizi strani, alcune piste più o meno plausibili, poi il colpo di scena. Holmes scopre l'assassino, un tizio mai visto e mai sentito fino ad allora. Fine.
E inizia la storia strappalacrime di una cosa che non c'entra niente. L'ho letta per qualche pagina ma era davvero troppo strappalacrime per me, e ho chiuso il libro.
Una domanda sorge spontanea: cosa????
Insomma, tu, il re del giallo, mi scrivi una storia osannata dai più in cui l'investigatore prende un tizio mai sentito, dice che è l'assassino ma poi non dimostra come l'ha scoperto, o perché? Non ci vuole certo un genio a scrivere un giallo del genere....
Quello che non capii all'epoca, abituata ai racconti, era che la seconda parte del libro non era un racconto a sé, ma si collegava (dopo una ventina o più di pagine) alla storia letta nella prima parte. Me ne sono accorta qualche giorno fa quando l'ho riletto.
Devo essere sincera, non mi è piaciuto molto. Di Sherlock Holmes mi piacciono le deduzioni brillanti, le indagini, al massimo le atmosfere fumose di Londra, le 50 pagine di storia quasi completamente slegata dal mistero principale, con l'aggravante del finale triste non fanno per me. Tornerò a leggere i racconti, li apprezzo molto di più.

lunedì 28 febbraio 2011

Longitudine, di Dava Sobel



Quando vivevo a Londra i miei sono venuti a trovarmi e papà ci ha convinto ad andare a Greenwich.  Abbiamo visto il museo dell'osservatorio ma siamo rimasti parecchio delusi. Non era male, per carità, ma molto per bambini. Poi, arrivati sulla famosa piazza dove si trova la statua che indica il meridiano abbiamo visto una casetta. Ho chiesto informazioni, era la casa dell'astronomo reale, trasformata poi in museo. Appena entrati è stato amore a prima vista. Racconta la storia della longitudine, le difficoltà a calcolarla, i tentativi, le soluzioni parziali, e la storia degli orologi. Me ne sono innamorata, e al bookshop papà mi ha regalato il famoso libro "Longitude", di Dava Sobel. Ho iniziato a leggerlo pochissimo tempo dopo, ma non ci ho capito molto e l'ho lasciato perdere. In effetti è pieno di termini tecnici, e non è una lettura semplice in lingua originale.
Indiana Papà è appassionato di matematica, astronomia, meccanismi strani e un sacco di altre cose che io non capisco. Per questo motivo Indiana Zio gli regala sempre un sacco di libri di matematica, astronomia, meccanismi strani e le altre cose che non capisco. Quando ho visto sulla sua libreria "Longitudine" in italiano ho deciso di riprovarci.
Il libro racconta la storia del calcolo della longitudine, che finisce con diventare la storia degli orologi moderni, e del loro inventore, Harrison. La storia è bellissima, ma il libro non regge il confronto con il museo di Greenwich. Al ritorno dal museo ero gasatissima: avevo imparato un sacco di interessanti dettagli tecnici, avevo capito come funzionavano i vari orologi di Harrison, e avevo visto con i miei occhi la sua genialità. Il libro, invece, racconta molto bene la storia, ma corre troppo sulla parte più tecnica. Potrei dire che "racconta" la genialità di Harrison, ma non la dimostra. Qualche illustrazione e una piccola appendice sul funzionamento degli orologi avrebbero reso la storia molto più avvincente a mio parere. Mi rendo conto che probabilmente l'autrice non è un'esperta, ma scrivere qualcosa del tipo "Harrison decise di utilizzare i diamanti per lo scappamento" senza spiegare cosa significa e cosa è lo scappamento di un orologio mi sembra un po' inutile.
In ogni caso l'ho trovato un libro molto bello, penso solo che forse, se l'autrice avesse visto il museo di Greenwich prima di scriverlo (ammette lei stessa di esserci andata in un secondo momento) sarebbe stato ancora più bello.


P.S.: ho appena scoperto che esiste una versione illustrata del libro, da quello che ho capito è disponibile solo in inglese, si può trovare su Amazon.

venerdì 25 febbraio 2011

Uomo impotente cercasi per serena convivenza, di Gaby Hauptmann



Iniziamo dalla protagonista. Una donna bellissima, dal corpo mozzafiato, che fa perdere la testa ad ogni essere vivente di sesso maschile nel raggio di 2 chilometri. Stufa del suo fascino e dell'effetto che fa sugli uomini, che da lei vogliono una cosa sola, decide che il problema va risolto alla radice eliminando il sesso dalla sua vita. Mette in pratica il suo proposito attraverso un annuncio in cui cerca un uomo impotente con cui avere una relazione. Ne trova un certo numero, abbastanza promettenti, fino a quando non riceve una risposta particolare e decide che sarà lui l'amore della sua vita. L'incontro conferma la sua supposizione e pare quasi che si debbano sposare il giorno dopo, perché naturalmente anche lui è dello stesso parere. Ma a questo punto la protagonista inizia a rimpiangere il suo proponimento iniziale. Dopo un necessario intrigo pseudointernazionale (l'autrice proprio non può farne a meno), molta psicologia spicciola decisamente opinabile (soprattutto il punto di vista sull'impotenza e la frigidità), arriva il lieto fine. Scialbo.

L'idea non è male, ma secondo me è sviluppata in modo confuso e stupido.
Già la protagonista mi sta antipatica. Sarà che non sono propriamente Claudia Schiffer, sarà che quando cammino non si volta nessuno, ma a me queste donne bellissime, meravigliose, irrealmente perfette danno un sacco sui nervi (già ne avevo parlato). Volteggiano da un posto all'altro ponendosi problemi inesistenti (oh, che disgrazia, mi prendono tutti per una prostituta.. beh, cara, dal comportamento che hai non so cos'altro ti potevi aspettare), gli riesce sempre tutto bene, hanno un sacco di soldi e tutto quello che desiderano. Beh, io per avere quello che desidero devo fare una fatica boia, e nemmeno sempre ci riesco, quindi non le sopporto. Sarà invidia? probabile, ma non me ne vergogno.
Poi in molti casi (del resto si parla di impotenza) l'autrice si improvvisa psicologa dilettante dicendo cose che sembrano uscite dal "Manuale del piccolo psicologo". Nonna Papera con i suoi proverbi si dimostrerebbe decisamente più profonda.
Ma io dico: è proprio necessario (come in questo caso) citare un Freud da Baci Perugina? Perché queste autrici non scrivono una storia semplice, senza troppe pretese, che voglia sembrare esattamente quello che è: romanzi rosa? Ma no, bisogna essere profonde.... E affogano in una pozzanghera.

Ogni volta che leggo un libro di questa autrice mi piace meno del precedente. Solo che avevo bisogno di un libro stupido per distrarmi in un periodo difficile e avevo solo questo sottomano.

E scusatemi se sono così irritabile, mi passerà.

giovedì 24 febbraio 2011

Dracula, Platone e Darwin, di Martin Gardner


In questo periodo sto leggendo parecchi libri di matematica. I motivi sono vari, da una parte sono tornata a Roma per un mesetto e ho a disposizione la fornitissima biblioteca di papà, poi sono sotto stress, e i libri di matematica sono ottimi per rilassarsi. Non c'è niente di meglio di un buon rompicapo per occupare la mente e non pensare ai problemi quotidiani.
Martin Gardner è un mito, e i suoi saggi sono come sempre molto piacevoli. Ho trovato la scelta dei saggi pubblicati particolarmente felice, i temi trattati sono molto vari, così come gli stili. Si passa dai giochi matematici e i paradossi alla presentazione di teorie scientifiche complesse, come quella delle stringhe. Parla dei temi matematici più conosciuti, come la serie di Fibonacci, e poi si sposta su argomenti che esulano completamente dal suo campo, come la genetica e la neurologia (anche se mi dispiace dire che in genetica a volte sembra avere le idee leggermente confuse). 
Lo stile è spesso fantasioso e spiritoso, mi sono piaciute molto le sue storie più o meno fantascientifiche; del resto molti dei saggi qui presentati sono stati pubblicati sulla rivista Isaac Asimov's Science Fiction Magazine, e ho apprezzato moltissimo questo legame con uno dei miei scrittori preferiti.
Mi sono inoltre piaciute molto le sue riflessioni sociologiche e filosofiche. Cita numerosi filosofi, più o meno famosi per il grande pubblico, presenta i punti di vista di diverse scuole critiche e alla fine prende posizione motivando il suo punto di vista sulla base di ciò che esprime. 
Questo libretto mi ha anche ricordato un altro dei miei scrittori preferiti, il grande Gould: come lui  Gardner ha dimostrato in questi saggi una cultura vasta e una notevole curiosità per fenomeni diversi fra loro. 
Ha inoltre in comune con il famoso paleontologo anche il suo impegno contro la pseudoscienza, che non posso non apprezzare.

P.S.: la mia copia, comprata in una Feltrinelli a Roma, era stampata male. Ho contattato la casa editrice (Zanichelli) e si sono dimostrati gentilissimi. Per chi ne avesse bisogno ho chiamato il numero che si trova su questa pagina web http://www.zanichelli.it/contatti/

martedì 22 febbraio 2011

Libri e amori a Los Angeles, di Karen Mack e Jennifer Kaufman



Ero in un momento no. Sono passata di fronte a un banchetto di libri, tutto a 4 euro. Ho visto la copertina. Ho letto la quarta di copertina. La protagonista è una giovane donna divorziata, appassionata lettrice, quando qualcosa nella sua vita non va si chiude in casa e legge, legge, legge, legge. Praticamente il mio sogno (se solo non ci fosse il "problemino" del lavoro). Quando ho letto "Colleziono nuovi libri allo stesso modo in cui le mie amiche comprano borse firmate. A volte mi basta sapere di averli e non mi pongo il problema se riuscirò a leggerli. Non che alla fine non li legga tutti, a uno a uno. Lo faccio. Ma il solo gesto di comprarli mi rende felice: la vita diventa più promettente, più appagante. E' difficile da spiegare, ma io mi sento, in un certo senso, più ottimista. Tutta la trafila dell'acquisto mi mette allegria." ho deciso che DOVEVO comprarlo. L'ho iniziato appena tornata a casa.

Le prime pagine sono piacevoli. Ma poi ha iniziato a darmi sui nervi. Intanto la protagonista non fa niente dalla mattina alla sera, ma campa di rendita. E si lamenta pure. Poi infila ogni due tre frasi una citazione, come se volesse far vedere quanto è colta. La maggior parte dei libri citati, però, sono di autori americani.
Poi c'è la difficile scelta fra due uomini affascinanti, dice la quarta di copertina. Il primo è a mio modesto parere un povero sfigato egoista, snob e presupponente e il secondo non mi ispira per niente. Mi sembra come se debba risultare simpatico a partire da un certo punto del libro solo per necessità di trama.
In generale si trova una superficialità irritante in tutte le vicende e i personaggi del libro. Alcune idee sono interessanti, ma svolte in modo talmente superficiale da risultare praticamente luoghi comuni.

Principalmente non sopporto questo libro per un motivo molto semplice. La protagonista non è un'amante dei libri, ma una persona con un difetto tipo ossessivo-compulsivo nei confronti della lettura. Dà un punto di vista deviato sull'amore per la lettura, come se chi legge lo facesse esclusivamente per sfuggire alla realtà circostante, e per tornare "normale" dovesse ridurre il ritmo delle sue letture. Un giudizio di merito che mi è sembrato assolutamente parziale, fuorviante e fuori luogo. Presentare le protagonista come amante della lettura equivale a presentare Hitler come "antipatico".

Questo libro mi sembra un'americanata idiota e superficiale. Orribile.

domenica 13 febbraio 2011

Otto piccoli porcellini, di Stephen Jay Gould


Da brava quasi paleontologa non posso non amare Gould. Il suo modo di raccontare la natura e l'evoluzione è davvero appassionante. Ho letto varie sue raccolte di saggi, ma sempre abbastanza vecchie. E' la prima volta che leggo una raccolta fra la più recenti, e mi ha colpito sotto vari aspetti, qualcuno anche negativo.
Innanzi tutto si vede chiaramente che Gould è più maturo. Il suo stile leggendario acquista ancora più profondità, compaiono temi più attuali e "impegnati" (fra cui il rapporto uomo ambiente nella nostra società), e aumentano le incursioni in ambiti inaspettati (bellissimo il saggio sui meccanismi del ricordo). Inoltre c'è una trattazione abbastanza approfondita della sua teoria degli equilibri punteggiati.
Il libro è lunghissimo, sono 31 saggi, più di 500 pagine. Dal mio punto di vista avrei preferito piuttosto due libri, sarebbero stati molto più leggeri e godibili.
Il testo è diviso in varie sezioni. La prima analizza il rapporto uomo ambiente e gli effetti dell'azione antropica su alcuni ecosistemi. Il tema è decisamente interessante e trattato con maestria, però non l'ho letta con piacere, mi ha fatto riflettere e rattristato (come del resto è giusto che sia).
La seconda parte tratta di quattro temi che chiunque abbia studiato paleontologia dei vertebrati conosce molto bene: la convergenza fra rettili marini e pesci, nello specifico ittiosauro e squalo; l'evoluzione degli ossicini dell'udito nel passaggio fra anfibi e rettili e poi fra rettili e mammiferi; il rapporto evolutivo fra polmoni e vescica natatoria e la storia degli arti a 5 dita. E' la sezione che mi è piaciuta di più, mi ha ricordato le meravigliose lezioni di paleontologia dei vertebrati. Non mi risulta che Gould abbia scritto un libro di testo su questo argomento, e se è così lo trovo davvero un peccato, la sua prosa avvincente e il tema interessantissimo ne avrebbero fatto un libro molto piacevole.


La terza parla dell'influsso del contesto storico, filosofico e sociale sulle teorie scientifiche e sulla loro comprensione. Permette una riflessione su alcuni errori che compiamo spesso quando studiamo teorie sviluppate in passato. In questi casi è forte la tentazione di leggerle con i nostri occhi, e non con quelli di chi le ha scritte, con il rischio di fraintendimenti clamorosi. Mi è piaciuta particolarmente la storia della celeberrima cronologia biblica proposta da Ussher che fissa la data della creazione nel 4004 a.C: non ne sapevo molto e mi ha divertito molto scoprire su quali basi è stata fissata e il perché della sua fama.
La quarta sezione si intitola "Meditazioni" e presenta un Gould che potrei definire filosofo, che si interroga sul rapporto che abbiamo con il passato. Il nostro punto di vista sul passato è condizionato da tutta una serie di preconcetti in parte insiti nella nostra natura, in parte indotti dal contesto storico nel quale viviamo. E' sempre importante conoscere questi nostri limiti e cercare di tenerli in considerazione quando possibile.
La quinta parte è una gradita sorpresa, tratta della condizione e dell'evoluzione umana. Molto interessante il saggio su Mozart, che dimostra una volta di più la grande abilità di Gould nel lavoro interdisciplinare.


Da qui in poi il libro diventa abbastanza tecnico. Se  questi capitoli fossero stati inseriti in un saggio più corto l'avrei apprezzati molto di più, invece devo ammettere che l'ho letti con difficoltà e mi hanno un po' annoiato. L'ultimissima parte l'ho letta davvero a forza, per finire il libro, forse dovrei riprenderla in mano con più calma. Doverosa eccezione il saggio sull'Hallucigenia, che ho trovato decisamente interessante.



In breve è un libro molto interessante per gli appassionati e per chi ne sa qualcosa, abbastanza ostico per chi non conosce bene il tema. La maggior parte dei saggi, presi da soli, sono decisamente accessibili, ma non condivido assolutamente la scelta di accorparne così tanti e variegati in un libro così lungo.

10 e lode a Gould, un 6- all'editore

mercoledì 9 febbraio 2011

Mansfield Park, di Jane Austen



Come ho già raccontato sono una grande appassionata di Jane Austen dall'età di 14 anni, quando ho scoperto a scuola Orgoglio e Pregiudizio e l'ho finito in due giorni.
Ho letto i suoi romanzi principali (più Lady Susan) parecchie volte, e come sempre nei grandi romanzi sono "cresciuti con me". Se la prima volta facevo più attenzione alla storia, adesso sono le scelte dei personaggi e i loro atteggiamenti a colpirmi di più.
Mansfield Park è un romanzo di cui ho sentito parlare in molti modi. C'è chi ama particolarmente la dolce e remissiva Fanny, chi invece la trova un po' antipatica, bacchettona e poco vivace.
Fino a qualche anno fa mi stava incredibilmente simpatica. La sua dolcezza, la sua timidezza mi intenerivano.
Stranamente questa lettura (distante più di un anno dalla precedente) mi ha fatto cambiare idea. Fanny non mi risulta certo antipatica, però ci sono stati momenti in cui avrei voluto prenderla per le spalle, scuoterla e dirle "Dai, svegliati! Manda a quel paese la Zia Norris, di' il fatto tuo a Miss Crawford e prenditi Edward! Insomma, che aspetti?". Una reazione decisamente inaspettata da parte mia.
Forse Fanny rappresenta una parte di me che qualche anno fa era più importante, e che negli ultimi tempi è cambiata. MA sono molto curiosa di sapere a cosa mi porteranno le prossime riletture.

domenica 6 febbraio 2011

Ulisse, di Antonio Spinosa

Il sottotitolo ("libera interpretazione dell'Odissea") dice tutto. Non è l'Odissea, ma l'Odissea vista con gli occhi dell'autore. E sono due cose ben diverse. L'Ulisse di Spinosa non è un uomo dell'età del ferro, ma un uomo di oggi. 
Ulisse ha un rapporto molto ambivalente nei confronti della vita, un rapporto che io, da italiana all'estero, in parte condivido. Da un lato il fascino del viaggio e la scoperta, dall'altro la famiglia lontana, la casa, le radici. Ed è difficile per lui, come per me, decidere se e quando fermarsi, capire quale delle due realtà porti ad una maggiore serenità. E attraverso l'incontro-scontro con nuove realtà, attraverso il compromesso con il passato Ulisse alla fine cresce, e sceglie, come tutti noi dovremo un giorno fare (anche se non necessariamente condividendo le sue scelte). Francamente non ricordo quanto tutto questo faccia parte dell'Odissea originale (ho deciso di rileggerla per scoprirlo) ma in ogni caso lo trovo un'ottima rivisitazione moderna del mito antico. Lo stile, in particolare, è arcaico e poetico, crea un legame interessante con l'originale.
E, aggiungerei, in Ulisse vedo un italiano. Un uomo spesso meschino, sbruffone, lagnoso, incoerente, per molti aspetti un anti-eroe. 
Forse è proprio per questo che mi sta simpatico...è un Ulisse profondamente umano e moderno... 

venerdì 4 febbraio 2011

Cura e manutenzone della donna, di Jerome Klapka Jerome


Un Jerome un pochino piu' pensieroso e meno ridanciano di quello conosciuto attraverso i tre uomini in barca, piu' in linea con "I pensieri oziosi di un ozioso". Queste brevi riflessioni sul tema della donna mi sono piaciute molto per l'amore che Jerome dimostra di portare al sesso femminile. Le sue critiche scherzose, le sue prese in giro, la sua ironia non riescono a nascondere un rispetto e un apprezzamento che traspaiono fra le righe. Apprezzamento per la donna in quanto tale, che porta al disprezzo di quelle pratiche estetiche che sviliscono la donna come individuo per renderla una semplice Barbie uguale a tutte le altre. Risulta infatti attualissimo l'ultimo capitolo. Leggerlo oggi, un centinaio di anni dopo il momento in cui e' stato scritto, in un mondo gonfiato dal botulino e dal silicone, fa decisamente uno strano effetto...

mercoledì 2 febbraio 2011

Strane creature, di Tracy Chevalier


Quando si pensa agli albori della paleontologia, lo scopritore dei dinosauri è spesso presentato come un incrocio fa Charles Darwin, il prof. Lidenbrock (lo scienziato pazzoide-genialoide del "Viaggio al centro della terra", per capirci) e Indiana Jones. Un aristocratico ottocentesco un po' scienziato un po' esploratore, un po' genio, un po' bizzarro.
Questo libro, invece, punta il riflettore su due personaggi molto diversi da questo stereotipo. Una ragazzina e una sfiorita zitella che ha superato ormai l'età da marito sono le protagoniste di numerose scoperte importanti, fra cui alcuni dei bellissimi ittiosauri e plesiosauri esposti a Londra.
Tracy Chevalier è abituata a parlare di donne: donne importanti, donne comuni, Dei suoi libri ho letto solo "La Dama e l'Unicorno" e "La ragazza dall'orecchino di perla", che pur essendo bellissimi mi hanno molto amareggiato. L'autrice infatti parla sempre di donne che nonostante tutto alla fine si ritrovano a dover sottostare ad un mondo maschilista quale è stato, e in parte ancora è, il nostro. Pur accettando questa scelta se inserita in un contesto di veridicità storica, non la condivido per il semplice motivo che stiamo parlando di romanzi. E nel romanzo l'autrice avrebbe anche potuto decidere di regalare una piccola vittoria ai suoi personaggi femminili. In questo libro finalmente arriva la vittoria, ed è completa.
L'autrice tratta con delicatezza molti temi interessanti: l'apporto dato alla scienza e alla conoscenza dagli appassionati o dalla gente semplice e incolta, il ruolo delle donne nella scienza e le difficoltà che hanno dovuto superare per accedervi, la rivalità fra scienziati.
Ma soprattutto narra la storia avvincente di una scoperta, di un faccia a faccia con dei terribili mostri marini, visto con gli occhi di chi per primo se li è trovati davanti, non avendo la più pallida idea di cosa fossero. E la storia di un'amicizia.
Molto bello, e scritto benissimo.
P.S.: secondo me il titolo, "Remarkable cretures" è tradotto male, ma la copertina la trovo fantastica.
P.S. per gli amanti di Jane Austen: parla di Lyme, e secondo me ha decisamente qualcosa di "Persuasione"