martedì 14 settembre 2010

Arco di Trionfo di Erich Maria Remarque

Ci sono libri che già nelle prime 5 pagine trasmettono il messaggio "io sono un capolavoro". Non so come ci riescano, ma in qualche modo questa consapevolezza prende il lettore fin dalle prime righe, e lo accompagna per tutto il libro, a prescindere dalla trama, dai personaggi, dagli sviluppi. Qualsiasi cosa succeda, chiunque incontreremo durante la lettura, capiamo fin da subito che manterremo la nostra convinzione di avere fra le mani un'opera d'arte.  E infatti così accade.


Parigi 1939. Arco di Trionfo. Un medico. La vita, la morte, la malattia, la guerra, l'amore, la vendetta.
L'autore, o meglio la storia, ci prende per mano e ci guida con dolcezza alla scoperta di Ravic e del suo mondo. Un mondo duro, difficile, tormentato. Ma nonostante sia narrato realisticamente è sempre presente una certa poesia accompagnata da un distacco calmo e razionale che permette di apprezzare la storia fin nei suoi minimi particolari, senza scadere nella tensione, nella disperazione, nell'orrore, ma proprio per questo evidenziandone ancora di più l'assurdità. Sullo sfondo si muovono la Guerra, la Storia, Parigi, sempre accennati, come nell'ombra, mai in primo piano. Come quell'arco di trionfo che dà il nome al libro, immobile e sempre in parte nascosto dall'oscurità, dalla pioggia, quasi un ghigno spettrale posto a deridere la follia dell'uomo. Trionfo su cosa? Trionfo di chi? Mentre la guerra affila le sue armi  al di là del confine la gente comune continua a vivere.  Come i quadri dell'albergatrice gli eventi si susseguono in sordina, prendendo l'uno il posto dell'altro, senza cambiare niente della desolata e quotidiana realtà della camera di un alberghetto per rifugiati. Le notizie funeste scivolano via fra un Calvados, una visita da una ragazza "allegra" e una partita di scacchi.


Una volta chiuso questo libro la trama scivola via ma lascia tutto il resto: una traccia indelebile. Forse dopo qualche mese non si sarà in grado di ricordare i nomi dei personaggi, la loro storia, le loro idee. Ma per anni rimarrà impresso l'odore acre di Parigi alle soglie delle guerra, l'ebrezza folle dell'amore,  il sapore metallico della vendetta, l'accettazione rabbiosa del proprio destino.


Come succede nei capolavori, appunto.


P.S.: splendida anche la traduzione di Bruno Maffi (edizione Bompiani del 1969)