mercoledì 27 ottobre 2010

L'insostenibile leggerezza dell'essere, di Milan Kundera

Uno di quei libri di cui ho sempre sentito parlare, ma che non mi ha mai interessato più di tanto. Credevo che fosse una specie di Siddartha, che ho provato ad iniziare un paio di volte e che mi ha preso talmente poco da chiuderlo ancora prima di metà (e decisamente non è un librone).
Poi ho letto le lezioni americane di Calvino (la prima per essere precisi). Parlava di Kundera e del suo romanzo in termini incredibilmente elogiativi e mi sono detta: beh, magari è il caso di dargli un'occhiata, se poi non mi piace posso sempre prendermela con Calvino. E naturalmente Calvino aveva ragione.
Intanto questo libro ha vari piani di lettura e mi sono piaciuti tutti. 
Il primo è la storia dei personaggi, che si trova inscritta in una Storia più grande, che racchiude le vicende che hanno segnato la Repubblica Ceca nel dopoguerra. A questo si intreccia una riflessione filosofica dell'autore su vari temi, il binomio pesantezza/leggerezza, l'atto creativo del romanziere nei confronti della sua opera, la politica, per poi sfociare nella filosofia propriamente detta. 
Devo ammettere che non sempre sono riuscita a seguire le riflessioni dell'autore, ma non mi è pesato più di tanto. I personaggi, infatti, sono resi benissimo, pur nella loro fragilità disarmante. E il romanzo invece di svolgersi in modo cronologico segue un doppio climax che parte dal "leggero"per arrivare al "pesante"... e poi torna al leggero. Sullo sfondo la storia di Praga e della Repubblica Ceca, interessantissima e a me sconosciuta. 
Al di sopra di tutto questo ho trovato un fortissimo anelito alla consapevolezza e alla responsabilità, in un certo senso due facce della stessa medaglia. Sono forse queste due le componenti che mi sono rimaste più impresse, attraverso le diverse declinazioni delle varie vicende che ne danno una visione dinamica e sempre nuova.Insomma, bello, ma per capirlo del tutto probabilmente lo devo rileggere ancora un paio di volte.

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