martedì 19 aprile 2016

Trasferimento

Da alcuni mesi a questa parte se voglio parlare di libri lo faccio sul blog di Parla della Russia. Per chi vuole ci si legge di là!
Paleomichi

martedì 12 maggio 2015

Il lancio perfetto di Francesco Pinto


Roma, anni '50. Mentre le più grandi potenze mondiali, Stati Uniti e Russia, decidono di portare la guerra fredda fin nello spazio, qualcuno nell'Italia ancora zoppicante del dopoguerra ha un sogno e decide di fare di tutto per realizzarlo. Questo qualcuno è Luigi Broglio, professore di ingegneria. Il suo sogno è che l'Italia sia la terza nazione al mondo a raggiungere lo spazio, e non grazie all'impegno militare, ma a quello scientifico.

Il "lancio perfetto" ci fu, l'Italia ebbe il suo primato, e dagli sforzi di Broglio e collaboratori nacque la tuttora esistente Scuola di Ingegneria Aerospaziale di Roma.

Ho amato molto questo romanzo non solo per la storia, interessante e scritta in modo avvincente. L'ho amato perché la grande impresa di Broglio è esemplare di centinaia di altre piccole e grandi imprese italiane che hanno cambiato la storia, o che per lo meno ci hanno provato. Quanti Broglio sconosciuti ai più hanno lottato per regalarci una società più avanzata, più attenta alla cultura, dove fosse possibile realizzare i nostri sogni? 

Quale che sia il numero di questi coraggiosi, una prima occhiata all'Italia di oggi sembra suggerire che i loro sforzi abbiamo sortito poco effetto sul lungo periodo. Come l'autore sottolinea nell'ultima pagina la Scuola di Ingegneria Aerospaziale esiste ancora*, dopo alterne vicende, ma è un luogo dimesso, apparentemente dimentico della grandezza del passato. È andato veramente tutto perduto?

Dalla mia esperienza in ambito accademico direi proprio di no. Broglio è stato professore di centinaia di studenti, ha creato una scuola, ha cresciuto un gruppo di collaboratori che negli anni sono diventati a loro volta professori, e hanno continuato lungo la stessa strada. Gli studenti, passati e attuali, di una qualsiasi scuola creata da un qualsiasi "Broglio" crescono respirando la grandezza dei loro maestri, con un imprinting di cui nella maggior parte dei casi non sono nemmeno consapevoli, ma che influenzerà in maniera importante il loro modo di pensare, di vedere, di lavorare. Ovunque andranno, qualunque sia il loro lavoro, saranno allievi del loro "Broglio" e della sua scuola. Quindi no, non credo proprio sia andato tutto perduto, eventualmente "disperso" geograficamente. Credo che l'influenza di queste grandi persone che hanno cercato di cambiare le cose sia ancora fra di noi, invisibile e impalpabile, e che faccia la differenza ogni giorno, molto più di quanto non oseremmo sperare.

Grazie a tutti i "Broglio" che ci hanno guidato lungo la strada che porta ai nostri sogni e ci hanno trasmesso attraverso le generazioni le capacità per arrivarci.

* era chiusa quando è stato scritto il libro, è stata riaperta qualche mese fa dopo alterne vicende.

giovedì 24 aprile 2014

Philomena, di Martin Sixsmith


Ho trovato il libro in sconto. Non avevo visto il film e mi incuriosiva, per cui ho deciso di leggerlo.
Devo premettere che mi aspettavo che fosse la storia di una madre e di un figlio, alla ricerca l'uno dell'altra.

Philomena è una ragazza madre, che nell'Irlanda degli anni 50 viene rinchiusa in un convento ad espiare le proprie colpe e a dare alla luce il suo bimbo. La prima parte è molto bella, parla dell'Irlanda di quegli anni, delle difficoltà politiche della situazione, della lotta fra stato e Chiesa per la gestione di queste donne e dei loro bambini. E ovviamente della vita della protagonista con le sue compagne di sventura. All'età di tre anni, come succedeva sempre, il figlio viene allontanato dalla madre e dato in adozione a una famiglia americana.

Da lì in poi si segue la storia del bambino (prima) e del ragazzo (poi). Ad ogni nuovo capitolo mi aspettavo che l'attenzione venisse spostata sulla madre, ma (almeno fino al punto in cui sono arrivata) non è successo. Pagina dopo pagina si segue, in uno stile un pol noioso, la crescita e la carriera di Michael/Anthony, con numerosi momenti bui. L'adozione e l'abbandono della madre hanno lasciato in lui ferite che non è riuscito a sanare. Ha grossi problemi con la propria identità. Non riesce a gestire i rapporti interpersonali, soprattutto con le persone che ama di più. Cerca a tutti i costi l'accettazione sociale, a discapito di tutto, principi morali compresi.

E mi sono fermata. Perché a me interessa molto la problematica storica e sociale, e mi sarebbe potuta interessare la storia congiunta della madre e del figlio (lei da una parte e lui dall'altra). Ma non avevo intenzione di leggere dei drammi personali di un giovane tormentato. Magari lo riprenderò in mano quando avrò voglia di leggere dei problemi psicologici e personali legati all'adozione, delle crisi di identità, della ricerca dell'accettazione a tutti i costi. Ma per ora mi va bene così.

P.S. il titolo originale era "The lost Child of Philomena Lee". Secondo me avrebbero fatto meglio a lasciarlo come era.

Voto: 4

domenica 30 marzo 2014

Tre libri sul Messico


Da quando ho studiato gli Aztechi all'università ho sviluppato un amore travolgente per il Messico, anche se l'idea che ne ho è incentrata sul suo passato piuttosto che sul suo presente.
Negli ultimi due anni circa mi è capitato di leggere tre libri sul Messico: Il serpente piumato di David Herbert Lawrence (1926), Al di là della baia del Messico di Aldous Huxley (1934) e Diego e Frida, di Jean Marie Le Clézio (la cui storia inizia copre più o meno la prima metà del '900). Tutti  tre i libri sono incentrati su un periodo particolare della storia del Messico, dopo la rivoluzione, secondo Le Clézio "La  Città del Messico di Diego e Frida. Una città in cui si agitano la creazione, l'invenzione, la novità. Indubbiamente nessun'altra città fu mai così rivoluzionaria, faro per i poppi oppressi d'America. Un luogo così importante, durante il decennio 1920-1930, così fertile per l'arte e per le idee come lo furono Londra ai empi di Dickens o Parigi durante la belle époque di Montparnasse".

"Al di là della baia del Messico" di Huxley è probabilmente uno dei libri più belli che abbia mai letto. Huxley affronta la realtà messicana degli anni '20 con un approccio molto scientifico/antropologico.  È facile per un viaggiatore europeo avere un contatto superficiale con un mondo complesso e profondamente diverso dal proprio come il Messico, e indovinare a proprio modo le origini e le cause di tali differenze. Però, come l'autore stesso sottolinea, non solo tali interpretazioni sono sbagliate, ma in assenza di strumenti affidabili lo stesso tentativo di comprendere una realtà basata su principi tanto diversi dai propri rischia di essere dannoso.
Per quoto motivo Huxley descrive un mondo, ma fa molta attenzione a non azzardare interpretazioni. Quando possibile individua origini storiche o archeologiche, ma non cade mai troppo nelle opinioni personali non suffragate.
Sarà che per anni mi sono posta problemi simili nel mio lavoro, cercando di capire dove fermarmi nell'interpretazione personali di dati oggettivi, arrivando a convinzioni analoghe a quelle di Huxley, ma l'unione fra lo stile letterario a me molto congeniale, un argomento affascinante e un approccio che condivido fanno di questo libro uno dei miei preferiti. L'unico difetto che ho trovato è che si tratta di una lettura impegnativa, in cui è necessario concentrarsi. Non un libro leggero, sicuramente.
Voto: 10

De "Il serpente piumato" ho già parlato, ma credo sia il caso di riprenderlo. Se Huxley è razionale e scientifico nel suo approccio, Lawrence è emotivo, non a caso scrive un romanzo. E nel romanzo crea un mondo messicano ammaliante, ma che a me lascia l'amaro in bocca. Mi dà l'idea di essere una personale interpretazione di ciò che l'autore ha capito del Messico, riempita di infiorettature a mio parere alquanto fastidiose. Lo stile epico, roboante della storia mi ha profondamente infastidito. Non mi interessa cosa Lawrence ha visto nel Messico, mi interessa il Messico, e in questo libro non sono stata in grado di distinguere fra realtà e invenzione.
Questa mia opinione negativa è ovviamente legata al mio personale punto di vista e a ciò che io avrei voluto trovare nel romanzo. Oltretutto è possibile che l'approccio dell'autore rispecchi fedelmente la mentalità messicana, ma non conoscendola non sono in grado di distinguere fra l'infatuazione di un turista inglese e la ricostruzione della realtà di cui parla. Decisamente con Huxley non mi sono posta questo problema.
Voto: 4

"Diego e Frida" è anche un po' troppo "emotivo" per i miei gusti (ma, di nuovo, si tratta di un romanzo). La lettura del primo capitolo è stata difficile, Le Clézio per i miei gusti pone troppo l'accento sul sentimentalismo. Oltre tutto ritengo che determinati sentimenti (ad esempio partecipazione, empatia) vadano evocati piuttosto che sottolineati pesantemente, come trovo che faccia questo autore.
A parte questo difetto di stile, Le Clézio mi dà l'idea di parlare di una realtà che conosce bene e che sa inserire nel giusto contesto (sentimento che non ho provato nei confronti di Lawrence). Leggendo questo libro mi sembra di essere in grado di distinguere meglio fra punti di vista personali dell'autore e mentalità messicana. Se prima di leggerlo bocciavo Lawrence senza pietà, ora, come scritto sopra, considero "possibile che l'approccio dell'autore rispecchi fedelmente la mentalità messicana".
Un enorme pregio di questo libro è quello di raccontare un intero periodo della storia del Messico, e non semplicemente le impressioni derivate da un viaggio di breve durata. Le figure di Diego Rivera e Frida Kahlo sono incredibilmente affascinanti e raccontate con partecipazione (come detto, a volte forse persino troppa). Il contesto è spiegato in modo chiaro ma senza eccessiva pesantezza e senza pesare sulla trama. In generale è un libro che tiene incollati alle pagine, che fa rimpiangere che non sia più lungo, che fa venir voglia di correre a una mostra di Diego o di Frida (o magari su entrambi) e perdersi nelle loro opere e nelle storie che raccontano o di prendere un aereo per cercare nei volti e nelle strade del Messico di oggi una traccia di queste storie.
Voto: 8

Comunque ho deciso. Quando è il primo volo per Città del Messico?


domenica 2 febbraio 2014

Neanche gli dèi, di Isaac Asimov


Era un po' che non leggevo un libro davvero bello. Un libro che mi prendesse per mano e mi scaraventasse nel suo mondo senza che io riuscissi a riemergerne prima di averlo finito. Ed era un peccato.

Riprendendo Neanche gli Dei non mi aspettavo un gran che. Ricordavo di averlo letto anni fa e di non averlo apprezzato particolarmente, soprattutto la terza parte mi sembrò confusionaria.

Rileggendolo è bellissimo. Senza dubbio non è un libro facile, i presupposti scientifici su cui si basa la storia sono molto importanti per capirne lo svolgimento, per cui non è adatto a chi non avesse un'infarinatura di fisica e chimica (al livello delle scuole superiori, direi) e voglia di seguire ragionamenti non proprio elementari in ambito scientifico.

La storia è secondo me molto bella, e molto nello stile di Asimov. È suddivisa in tre parti, ambientate in tre luoghi diversi. La prima è una sorta di introduzione che definisce le problematiche scientifiche, sociali e politiche. La seconda è senza dubbio quella che preferisco. Asimov ci accompagna alla scoperta di un mondo alieno con forme di vita complesse e bellissime, di cui non ho potuto fare a meno di innamorarmi. E non aspettatevi alienini verdi con le antenne! Con la sua solita eleganza e competenza Asimov tratteggia esseri scientificamente plausibili, lasciando però all'immaginazione tutto ciò che non è strettamente necessario per lo svolgimento della storia.
E la pare finale mi è sembrata decisamente all'altezza delle aspettative.

Voto: 10

martedì 21 agosto 2012

Supermarket24, di Matteo Grimaldi




Seguo Matteo Grimaldi tramite il suo blog da parecchi anni. Mi piace come scrive e quello che scrive, anche se ho sempre avuto l'impressione che i suoi libri non fossero del genere che piace a me. In parte avevo ragione, non è il tipo di libro che mi può piacere. Ma Supermarket24 mi piace.

La prima parola che mi viene in mente quando penso a  questo libro è "cinico".
Luca, il protagonista, è una persona dura, tagliente, menefreghista, dotata di un cinismo incredibile, cattiva con il resto del mondo, spesso gratuitamente.
I suoi occhi riescono a smascherare il grottesco anche nelle scene più normali della vita quotidiana.

All'inizio non lo reggevo questo Luca Sognatore. Non riuscivo a mettermi nei suoi panni, non riuscivo a vedere le cose con i suoi occhi. Volevo dargli uno schiaffo e dirgli "pensi davvero di essere migliore del mondo che giudichi così superficialmente? beh, ti sbagli".
Non è un personaggio che si riesce ad amare facilmente, anche se non manca di un certo fascino. Fascino che nonostante tutto mi ha portato a divorare la prima metà del libro. Poi mi ci è voluta una piccola pausa. E mi sono accorta che Luca mi mancava. Volevo sapere come continuava la sua storia, sentirlo ancora raccontare del mondo che lo circondava. Ho ripreso in mano il libro e la seconda metà mi ha tenuta incollata alle pagine. Fino alla fine.

Che prima mi ha spaventata. Poi conquistata. Infine incuriosita. Ci penso ancora ogni tanto, e mi ritrovo a sperare che dopo l'ultima pagina Luca abbia preso la decisione che avrei preso io.


*********spoiler (ma non particolarmente esplicativo)*******


Ci sono dei romanzi che non possono che finire con un bacio, un matrimonio, una notte insieme. Ce ne sono altri che non possono non finire con una tragedia, con la distruzione di ogni speranza, l'annientamento totale.
E poi ci sono i romanzi come questo che non possono finire che così. E ti lasciano l'impressione che la storia sia un po' più tua.

venerdì 3 agosto 2012

Loro e io, di Jerome K. Jerome




Ah, la tranquilla sicurezza di leggere un libro di Jerome...

Jerome è la panacea per tutti i miei periodi no. Apro il libro e come per magia mi rilasso. Pagina dopo pagina un sorriso sempre più accentuato mi illumina, fino al primo scoppio di risate. Seguito dal secondo, dal terzo... e nel giro di pochi minuti passo dagli occhi umidi di tristezza alle lacrime che mi scorrono sul viso per le risate.

Questo libro rispetto ai più famosi fratelli maggiori (i tre uomini in barca e a zonzo, per capirci), ha una caratteristica che me lo ha fatto amare ancora di piu'. E' un libro incredibilmente dolce e tenero. Probabilmente sulla base dell'eta' piu' matura, l'autore si addolcisce un po, e oltre alla sua favolosa vena ironica e caustica tende a mostrare di piu' l'angolino affettuoso del suo cuore.

Un libro che e' un piccolo gioiello, 10 e lode.

domenica 20 maggio 2012

L'amante della regina vergine, di Philippa Gregory



È il secondo romanzo della Gregory che leggo, e confermo il giudizio positivo già espresso.

La storia è appassionante: Robert Dudley, uomo ambizioso e desideroso di riscatto morale, si ritrova a sostenere e guidare l'ascesa della giovane Regina Elisabetta, sola e bisognosa di sostegno, trascurando Amy, la moglie innamorata e devota. E il rapporto fra Dudley ed Elisabetta si fa via via piú intimo...

Quello che mi piace di questa autrice è la dolcezza che traspare dal suo modo di raccontare gli eventi storici. Pur raccontando di guerre, di crisi politiche e personali e di altri eventi drammatici, la Gregory riesce a dare un tono estremamente particolare alla storia presentandola dai due punti di vista femminili. Il personaggio maschile c'è, e ha un ruolo fondamentale, ma è sempre tenuto un po' a distanza dall'autrice, non è mai il protagonista.

Le due protagoniste sono Elisabetta ed Amy, le cui passioni si fronteggiano da lontano, ognuna con le proprie ragioni, non facilmente contestabili. Non sono sicura di chi mi stia più simpatica fra le due, fondamentalmente sto dalla parte di Amy, ma Elisabetta ha una forza e un carisma tali che è impossibile resisterle.

Ciò che mi è piaciuto di più di questo libro è la riflessione sul ruolo della donna nel passato, presente anche in "Caterina, la prima moglie", che secondo me avvicina l'autrice a Tracy Chevalier.

La Chevalier (con l'eccezione del bellissimo "Strane creature") presenta per lo più donne che cercano di sollevarsi dalla condizione di secondo piano a cui sono relegate dalla società, ma che finiscono per soccombere e perdere tutto ciò che avevano faticosamente guadagnato, suscitando nel lettore (o almeno in me) profonda pietà. La Gregory è più generosa con le sue eroine (del resto è difficile non esserlo con Elisabetta I o Caterina d'Aragona) e dà loro la possibilità di guadagnarsi il rispetto del lettore anche quando perdono tutto il resto. E questo rende i suoi libri a mio parere molto più godibili.

Molto bello, voto: 8


sabato 5 maggio 2012

Il caso dei libri scomparsi, di Ian Sansom



Ho trovato questo libro a metà prezzo in un mercatino dell'usato. La quarta di copertina lo definiva "il nuovo Alexander McCall Smith" (o un altro autore di gialli fra i miei preferiti) e ho deciso di provarlo.

Parliamo prima di tutti dei personaggi cosidedtti "sfigati" (io li chiamo "inetti"). Sanno fare poco o niente, invece di prendere in mano la propria vita tendono a seguire l'ispirazione del momento, fanno nella maggior parte dei casi  scelte quantomeno discutibili (se non autolesioniste) e poi quando tutto va male di solito si accaniscono contro il Destino o chi per lui invece di rendersi conto che sono loro ad essere imbecilli. Inoltre tendono ad essere sfortunati un po' per caso un po' come risultato del loro modo di essere.

Ecco, il protagonista di questo libro ha molte delle caratteristiche sopra elencate. Si tratta di un aspirante bibliotecario inglese (di origine ebrea e irlandese) che si ritrova incastrato a gestire il bibliobus, una biblioteca ambulante nella campagna irlandese.Ma i libri sono scomparsi, e si deve dare da fare per ritrovarli.

Naturalmente gliene capitano di tutti i colori, e lui invece di comportarsi da persona raziocinante inizia ad inimicarsi tre quarti della popolazione del piccolo paese in cui lavora, sparando giudizi arditi e accusando mezzo mondo senza averne le prove. Si percepisce in tutta l'opera l'intento umoristico, ma almeno a me il protagonista non fa ridere, non mi fa nemmeno pena, mi fa solo rabbia.

Poi naturalmente finisce bene, i bruti campagnoli presentati nella prima parte del libro si rivelano naturalmente ottime persone, intelligenti e interessanti, il protagonista riesce in qualche modo a fare una discreta figura e tutto va per il meglio.

Più che brutto questo libro mi è sembrato insulso. Posso dare all'autore un'altra chance perché alcuni spunti carini ci sono, ma non so se ne vale la pena.

Voto: 4

lunedì 13 febbraio 2012

Flatlandia, racconto fantastico a più dimensioni. Di Edwin A. Abbott


La trama di questo breve romanzo è semplice e conosciuta: narra di un mondo bidimensionale, come un foglio di carta, e di un quadrato che lo abita. Il protagonista del libro si ritrova per caso nel nostro mondo, quello tridimensionale, e in quello unidimensionale, dove tutti gli organismi sono linee e vivono su di una retta.

È secondo me un libro bellissimo.

Le "più dimensioni" citate nel titolo non sono solo quelle spaziali sopra descritte. C'è una dimensione satirica nei confronti della società vittoriana, per noi forse più difficile da interpretare, c'è una dimensione sociale già più accessibile, che comunque va letta in chiave satirica e spesso fa ridere di gusto. C'è una dimensione più prettamente matematica godibilissima, spiegata in modo semplice e (almeno per me) intuitivo. C'è infine la dimensione fantascientifica, in cui la creazione di un mondo molto particolare porta con sé numerosi stratagemmi inventati per renderlo logicamente accettabile. Domande come "come fanno a riconoscersi delle figure geometriche che non hanno modo di uscire da un piano?" trovano risposte perfettamente accettabili, e molto fantasiose.

Se questa descrizione dà un'idea di pesantezza e difficoltà di lettura, la realtà è che questo romanzetto risulta piacevolissimo, divertente e per niente pesante. Se devo trovare un difetto a tutti i costi trovo che sia forse un po' troppo corto!

Stupendo.

Voto: 10